E ora chi è il mandante morale dell'aggressione di Palermo?

E ora chi è il mandante morale dell’aggressione di Palermo?

Così lontani, così vicini. Due opposti inconciliabili che trovano comunanza sotto un principio: quello della barbarie, della vigliaccheria e della giustizia privata.

Luca Traini e la violenza antifascista sono legati da un filo apparentemente invisibile ma spesso e forte; sono frutto dello stesso pensiero malato, della stessa intolleranza e dello stesso odio.
E allora c’è bisogno di scriverlo, di dirlo, di gridarlo forte. C’è bisogno di sputarlo in faccia ai signori che si riempiono la bocca con la tolleranza dei valori antifascisti; quegli stessi signori che, imbevuti di retorica fintopacifista e accogliente, incitano ogni giorno ad una “caccia al nero” in un clima che sa sempre più di anni di piombo.

Siete come Traini!

Sì, voi, quelli che ogni giorno vanno sbandierando il “pericolo estrema destra” pretendendo, in barba ai già effettuati controlli degli organi preposti, la chiusura di questa o quella associazione, di questo o quel partito. Voi che supportate le “contromanifestazioni” dei compagni. Voi che tacete o peggio in alcuni casi indirettamente giustificate una parte politica che, non marginalmente, ma in grandissima parte, ritiene giusto tirare pietre a Salvini, sputare in faccia a Giorgia Meloni, tentare assalti alle sedi di CasaPound, ai banchetti di Forza Nuova, o bruciare le librerie di destra, come la Ritter di Milano.

“Se lo Stato non interviene a chiudere le associazioni dei fascisti, è giusto che l’antifascismo si faccia sentire”. Una posizione frequente, diffusa non solo negli ambienti della militanza antifa’ ma, cosa ben più grave, anche nei circoli bene della politica, della cultura e delle università. Un’ idea che non appartiene solo a quattro esaltati, ma anche a tutto un mondo della società civile e delle istituzioni.  Una filosofia di pensiero che, seppur apparentemente diversa, è sostanzialmente vicinissima a quella del folle Traini e che fa a cazzotti col principio secolare di Stato di diritto.

Un movimento si scioglie, se ne ricorrono i presupposti, a seguito di un procedimento che coinvolga le istituzioni democratiche. E non spetta di certo ai “compagni del collettivo X”, o ai Grasso, alle Boldrini, ai Civati e ai Renzi, che tanto martellano sul punto in questa campagna elettorale, stabilire chi abbia o meno diritto di manifestare il proprio pensiero nello stato democratico. Non spetta a loro dare patentini di agibilità politica.

E se si inizia ad affermare il principio che si possa cercare, qualora non si sia d’accordo con gli operatori giuridici preposti, una sorta di giustizia privata, una “caccia al fascista” basata sulla personale convinzione che sia necessaria; si afferma un principio barbaro di negazione dello Stato di diritto che è lo stesso che ha spinto Luca Traini.

Siamo in un circolo vizioso signori. E proprio voi, che cercate in ogni atto folle che provenga da destra un “mandante morale” ci siete cascati con tutte le scarpe. Chi sarebbe dunque, in questo caso, che ha spinto all’aggressione vile di un dirigente di FN a Palermo, legato mani e piedi e pestato a sangue? Chi dovrebbe portare sul groppone la responsabilità morale di una escalation di violenza che, per giunta, a differenza del singolo atto del folle di Macerata, è un modus operandi costante e ripetuto che viene regolarmente sottaciuto?

Qual è il pericolo? Il fascismo? CasaPound che tiene un comizio, raccoglie le firme e si presenta alle elezioni? O forse chi aggredisce poliziotti, brucia sedi, assalta banchetti, compie pestaggi in cerca di un principio del tutto antidemocratico come quello della “lotta antifascista” da esercitare per le strade, che sempre più viene vergognosamente difeso da taluni settori di intellighenzia e istituzioni?

(di Simone De Rosa)

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