La piaga del "bravo ragazzo", fantoccio femminista

La piaga del “bravo ragazzo”, fantoccio femminista

“Ero una cosa dolce dolce, fin quando non mi hanno messo i piedi in testa. Aprivo le porte alle anziane, accompagnavo i ciechi, e non avevo amici”. Sono le parole di una celebre canzone di Alice Cooper, “No more Mr. Nice Guy”, ad accompagnarci verso la scoperta di questa piaga del mondo contemporaneo, e in particolar modo dell’universo maschile: la morte del gentiluomo e l’alba del maschio-soft, detto comunemente “il bravo ragazzo”.

Possiamo sostenere senza troppa leggerezza che mai come negli ultimi trenta-quarant’anni nella società occidentale, con il prepotente sconfinamento della filosofia postmodernista nel campo delle scienze sociali, assistiamo a una estensione del concetto di “liquidità” a punti di riferimento rimasti per lungo tempo immutati e immutabili. Il primo di questi principi ad essere recentemente posti sotto attacco è quello di identità: religiosa, nazionale, personale e sessuale. Per comprendere appieno in cosa consista la natura del “bravo ragazzo”, e di come questo modello si stia imponendo come punto di riferimento su ciò che l’uomo è e dovrebbe essere, concentriamoci sugli ultimi due ambiti.

I recenti casi di Harvey Weinstein e Kevin Spacey hanno, perdonate le figure retoriche, da un lato scoperchiato il vaso di Pandora e dall’altro scoperto l’acqua calda: un perfetto modello di “potere anarchico” pasoliniano, tanto radicato nello star system – e di conseguenza, nella società, poiché chi veicola un messaggio controlla coloro che lo ricevono – da costruire, nella macroarea di uno stato di diritto, una microarea, una zona grigia di immoralità e illegalità all’interno della quale l’unica regola per la vittima, donna ma anche uomo, è piegarsi al volere del più forte per garantire a se stessa la sopravvivenza, lavorativa ma anche sociale, in un contesto nel quale il fallo si tramuta in estensione materiale di un potere economico e sociale immateriale.

Ironia della sorte, è proprio Kevin Spacey, nel suo celebre ruolo di Frank Underwood, a dire alla sua amante, la giornalista in cerca di fama Zoe Barnes: “A questo mondo tutto ha a che fare con il sesso, tranne il sesso: il sesso ha a che fare con il potere”. All’interno dell’idea di “patriarcato” non si intende soltanto una, vera o presunta, società “fallocentrica” strutturata per favorire il maschio nei ruoli cardine della cultura, della politica e dell’industria, ma si sottintende il potere del maschio in ambito sessuale. Un’area di potere all’interno di un contesto di (maggiore, e a sentire le femministe sproporzionato) potere che consente al maschio di mantenere intatto il suo ruolo di dominio.

Se, appunto, sesso fa rima con potere, demascolinizzare il maschio equivale a togliergli il primato sessuale e di conseguenza il ruolo di dominanza all’interno della società. Il modello del “bravo ragazzo” ricade all’interno di una logica di evirazione morale, anche se su certi media liberal non sono mancati appelli a isolamenti del maschio ben più concreti della retorica: sull’Huffington Post, nell’aprile 2017, la femminista Shelley Garland proponeva di togliere il diritto di voto ai maschi in quanto “se gli uomini non avessero più il diritto di voto, si rafforzerebbe la posizione della sinistra. […] si potrebbe redistruibuire il reddito a livello mondiale […] l’unico modo di farlo sarebbe l’esproprio delle varie proprietà”; e in Svezia si è lanciato un appello affinché il più importante evento musicale del paese, il Bråvalla, dall’anno prossimo impedisca l’accesso ai maschi “finché tutti gli uomini non avranno imparato a comportarsi bene”. Non omettiamo di citare, per rimanere in casa nostra, le “scuse” del presidente del Senato Grasso “da parte di tutti gli uomini” per le violenze sulle donne.

Il filo logico, in tutti i casi, è lo stesso: estendere la colpa del singolo, il particolare, all’intera categoria, il generale. “Dopo Weinstein è iniziata la guerra dei sessi, una rivoluzione culturale, noi donne adesso siamo più forti” dice la scrittrice Melissa Panarello sulle colonne dell’Huffington Post. Non potrebbe purtroppo essere più vero: la generalizzazione in atto verso l’intero, vasto e sfaccettato universo maschile (come se circa 3,8 miliardi di maschi potessero essere racchiusi in una definizione monolitica) produce un clima di stigma sociale all’interno del quale l’identità maschile è divenuta, per definizione, non solo pericolosa per l’identità femminile, ma per l’intera società.

Come per tutte le stigmatizzazioni, il caso particolare dell’uomo violento diventa l’archetipo dell’uomo nel suo complesso. Una stigmatizzazione funzionale al raggiungimento di un’ideale matriarcato equo e benevolo. Impossibile non condividere quanto ha scritto recentemente l’antropologo Franco La Cecla su Doppiozero: “Viene il sospetto che questa non sia già più una battaglia femminista o femminile, ma una resa dei conti di altro tipo, una rivoluzione per la presa del potere biopolitico. Abbiamo bisogno di essere liberati da uno sguardo che criminalizza ed espropria la sessualità come ambito prezioso e fluttuante (chi decide cosa è una perversione? A leggere alcune di queste accuse di perversione viene da pensare che la battaglia di quel maschio bruto che era Freud per liberare le perversioni e farle comprendere come parte di un’ampia sessualità sia stata tempo perso). Stiamo regredendo di un secolo e più e qualcuno parla di rivoluzione”. Il ruolo del “bravo ragazzo” è perfettamente incastrato nel nuovo potere che sgomita per vedere l’alba nel futuro prossimo.

IL “BRAVO RAGAZZO”

Un libro che viene parecchio in aiuto nel comprendere il fenomeno del “bravo ragazzo” si intitola proprio come la canzone di Alice Cooper: “No More Mr. Nice Guy” dello psicologo Robert Glover (Running Press, 2000; inedito in Italia), forse l’unico volume che ha trattato questa strana ma sempre più emergente figura osservandola a trecentosessanta gradi.

Nell’immaginario collettivo il “bravo ragazzo” lo si profila come nei teen movies americani: sempre simpatico e accondiscendente, con gli occhiali un po’ nerd, intelligente e dotato di buone qualità ma sfortunato in amore, perennemente respinto dalla bella di turno – per la quale lui perde ovviamente la testa. Ma, se in un certo senso è così, è anche questo uno stereotipo. Glover cita due autori che definiscono meglio la figura del “bravo ragazzo”, o detto anche “maschio-soft” e “uomo-bambino”: il poeta Robert Bly e la sociologa femminista Camille Paglia.

Il primo, nel suo celebre libro Iron John, descrive così il “maschio-soft”: “Essi sono persone docili e amorevoli – mi piacciono -, non sono interessate a far del male alla Terra o una iniziare guerre. Nel loro essere c’è una tendenza alla gentilezza. Ma molti di questi uomini non sono felici. Puoi notarlo dalla mancanza di energia in loro. Essi cercano di conservare la vita, non di dare vita. Ironia della sorte, spesso vedi questi uomini assieme a donne molto forti, con una energia positiva irradiante. Ecco a voi un giovane uomo ben tarato, ecologicamente superiore ai suoi padri, attento all’armonia dell’intero universo, eppure con così poco da offrire.”

Camille Paglia, dalle colonne della rivista Salon, parla invece della nascita dell’“uomo-bambino” come creazione ad uso e consumo della donna occidentale: “La donna forte e di polso deve cambiare persona quando torna a casa. Deve decelerare, o distruggerà tutto nel suo ambiente domestico. Molte donne bianche di classe media hanno risolto questo dilemma trovando per sé un dolce e malleabile uomo-bambino che diventa un altro figlio nella sua subliminale casa matriarcale”.

Che li si chiami “maschi soft”, “ragazzi new age sensibili”, o “bravi ragazzi”, la combinazione unica di eventi sociali del dopoguerra ha rinforzato e ingigantito il messaggio che questi ragazzi già ricevevano dalle loro famiglie – non va bene essere come sei. Questi cambiamenti sociali hanno amplificato la convinzione che se vogliono essere amati, vedere i propri bisogni soddisfatti e avere una vita tranquilla, devono nascondere i loro difetti e diventare ciò che gli altri (soprattutto le donne) vogliono che essi siano.

LA “VERGOGNA TOSSICA” DEL MASCHIO

Individuiamo nuovamente il contesto all’interno del quale nasce la figura del “maschio soft”. Glover identifica la nascita del “nice guy” nella generazione dei “baby boomers”, cioè negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale. Il passaggio dell’America da economia agraria a industriale, con conseguente migrazione delle famiglie dagli ambienti rurali a urbani; l’assenza delle figure paterne, a causa del lavoro industriale, e l’aumento dei divorzi; il femminismo e la rivoluzione sessuale; tutto ciò ha costruito un sistema all’interno del quale “il compito di trasformare i ragazzi in uomini è stato affidato alle donne e a un sistema scolastico dominato dalle donne; come risultato, gli uomini si sono abituati ad essere giudicati dalle donne”.

Inoltre “i messaggi del femminismo radicale hanno instillato la credenza che se gli uomini vogliono essere amati e vedere i loro bisogni soddisfatti, essi devono diventare ciò che le donne vogliono che essi siano. Per molti uomini, questo ha significato nascondere qualunque tratto che può etichettarli come cattivi uomini. […] Tutto ciò ha spinto gli uomini a cercare di capire che cosa volessero veramente le donne, e a diventare ciò che loro volevano, per essere amati e vedere i propri bisogni soddisfatti”.

La costruzione di questo maschio soft, inerme, si accompagna all’instillazione di quella che in psicologia si chiama “vergogna tossica”: ovvero, “la credenza che una persona sia intrinsecamente cattiva, sbagliata, diversa o impossibile da amare. La vergogna tossica non è solo la credenza che una persona faccia solo cose sbagliate, bensì la credenza che una persona sia profondamente e intrinsecamente malvagia”.

Non è giusto, insomma, essere ciò che la natura ha creato, ma bisogna correggersi al fine di ottenere il feedback desiderato: l’accettazione. Quella che Maslow, nella sua celebre piramide, poneva al vertice dei bisogni umani. E l’opposto dell’accettazione non è il rifiuto, ma la primordiale paura dell’essere umano: l’abbandono. La stessa paura che spinge istintivamente i neonati al pianto per attirare l’attenzione, e dunque la protezione, del genitore.

SCOPO, ENERGIA, IDENTITÀ: L’ESSENZA MASCHILE

I “bravi ragazzi”, sempre secondo Glover, si manifestano: cercando l’approvazione altrui; nascondendo i loro difetti; mettendo i bisogni degli altri prima dei loro; sacrificando le loro energie personali e giocando il ruolo della vittima; creando relazioni tutt’altro che soddisfacenti; e in ultimo, ma non meno importante, dissociandosi da altri maschi e dalla loro energia maschile.

La migliore definizione di cosa consista l’essenza del maschio, non solo all’interno di un contesto sociale ma nella sua più intima identità, la offre il life coach Corey Wayne: “L’energia maschile è scopo, guida, direzione e missione nella vita. L’energia maschile è fatta essenzialmente dal superare gli ostacoli della vita”. Essere saldi come le montagna, dare priorità ai propri obiettivi, conoscere sé stessi. Non dunque, come si potrebbe pensare, un bulletto senza una causa.

Il maschio “decentrato”, cioè non focalizzato sul proprio scopo dell’esistenza, privo di identità (personale e sessuale) e alla spasmodica ricerca dell’accettazione da parte della donna e della società, timoroso di infrangere il tabù del politicamente corretto e socialmente accettabile, ogni giorno sempre più stringente, non rischia tanto di perdere il suo presunto ruolo di privilegiato nel mondo occidentale, ma di perdere irrimediabilmente il contatto con la sua stessa natura. Di essere, insomma, più donna della donna per non offendere la donna.

Il “maschio-soft”, nato per correggere “l’errore della natura”, il fatto stesso di essere nato maschio, è a sua volta un errore e un orrore artificiale, progettato in funzione di un ideale di rovesciamento dei ruoli che non porterà mai la tanto agognata (a parole, ma non nella pratica) eguaglianza dei sessi, ma una nuova guerra dei sessi che terminerà con la vittoria della donna, la quale tenderà inevitabilmente a ripetere gli stessi errori e orrori che ha combattuto. Esattamente come profetizza Naomi Alderman nel suo romanzo “Ragazze elettriche” (Edizioni Nottetempo, 2017), nel quale le donne ottengono il potere nella società sottomettendo gli uomini grazie a un superpotere – e compiendo le stesse ingiustizie che prima lamentavano.

Non è affatto detto che la “generazione Hermione”, come la ha definita Aldo Cazzullo nel suo libro “Le donne erediteranno la terra”, sia migliore della generazione che la ha preceduta, se la guerra del mondo post-Weinstein non porterà a una ridefinizione e una riscoperta dei reciproci ruoli di genere che permetta sì eguali opportunità, ma anche un maggiore contatto con la propria identità e un reciproco rispetto delle inevitabili differenze. Il passaggio da un potere dispotico “XY” a un ulteriore potere dispotico “XX” nel quale cambia chi agita il fallo del potere e chi lo subisce rischia solo di mutare i protagonisti, ma non il corso, e ricorso, degli eventi.

“La guerra dei sessi è terminata con la sconfitta del maschio: per non estinguersi i vinti si sono mimetizzati con i costumi del popolo vincitore”, scrive Veronica Mazza su l’Huffington Post. E ha ragione. Ma a poco vale lamentarsi dicendo che “gli uomini sono le nuove donne, si fanno corteggiare, sono indecisi, saltano i pasti per non ingrassare, pretendono che sia la ragazza ad andarli a prendere a casa, temono di essere abbandonati, di compromettersi se finiscono a letto la prima sera”. Questo è ciò che il femminismo radicale ha voluto, e infine ottenuto, per ottenere il proprio scopo. Se si vuole invertire questa tendenza, che danneggia entrambi, si ponga la parola fine alla battaglia contro il maschio.

(di Federico Bezzi)

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