L'empietà di Manlio Sgalambro

L’empietà di Manlio Sgalambro

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La voce spigolosa e isolata di Manlio Sgalambro (1924-2014) rende quantomeno conturbante l’incontro con le sue opere. Nella Prefazione de “La conoscenza del peggio” è chiarito expressis verbis il pessimismo della sua filosofia; una filosofia che, assumendosi le proprie responsabilità, è rivolta a quei morenti (paranekromenoi) in grado di intuire – senza ricorso a dimostrazioni – come non ci sia niente di peggiore del mondo: esso è il Nemico. In una simile realtà, terribile sotto tutti i meridiani, il solitario percorso del filosofo consiste nel perseguire una verità che va contro di lui, che è conoscenza del pessimum. Non esistono vie garbate per chi voglia fare i conti con la verità, poiché essa stessa è sgarbata, divisoria, disinteressata a qualsivoglia plebeismo.

«Per me c’è un mondo, c’è un Dio, c’è una verità. In una parola, c’è il contro» afferma il filosofo pessimista. È qui che il pessimismo è più avanti del ‘nichilismo’ che, secondo Nietzsche e i suoi, lo avrebbe superato per sempre.

Per Sgalambro l’accadere dei fatti non fa che danneggiarci: mietere vittime è il loro normale funzionamento. L’educazione al pessimismo consiste nella conoscenza di questa continua avversità e nel conseguente giudizio riguardo ad essa da parte del pessimista. La filosofia, nella sua onestà, accantona gli interessi concernenti la salvaguardia dell’umanità, in quanto il suo terreno d’indagine (il Mondo) è di per sé contrario ad ogni interesse umano. L’approdo alla parte giudicativa coincide con l’abbandono di ogni pio sentimento verso ciò che è giudicato. In questa vasta terra si inserisce anche la valutazione rivolta nei confronti del Principio, ovvero nei riguardi di Dio.

Il solo tipo di teologia che possa darsi nell’epoca del pessimismo mondiale è fornito dalla collera teologica; essa coincide con l’inversione di valore dell’oggetto della teologia (Dio) secondo gli atti emozionali di odio, avversione e disgusto. Sgalambro afferma come non possa più darsi teologia senza ira, rabbia di essere, arroganza e mancanza di pietà nei confronti della naturale spregevolezza di Dio.

Dio è il mondo in quanto afferma se stesso.

La sua perpetua affermazione è la continua creazione. Essa è subita come una sconfitta da coloro che sono costretti a vivere: nell’essere vittorioso del Dio questi instaura la sua radicale differenza da ciò che è vinto. Ecco perché per il teologo, secondo cui pensare è disprezzare e mancare di rispetto, Dio è una cosa sciocca e bruta, l’ente infimo che ha vinto in partenza la propria partita.
Ora, chi potrà essere l’autentico credente di fronte ad una cosa tanto mostruosa? A questa domanda il filosofo risponde:

Solo l’empio è il vero credente. La coscienza empia è la mediatezza più immediata. La sola quindi che possa sostituire quella ‘religiosa’, venuta meno. (L’empio non crede in Dio, ma a Dio. Egli rappresenta il ‘nuovo’ concetto e la ‘nuova’ coscienza che accompagna il crollo del rispetto di Dio).

È fondamentale la distinzione tra il credere in Dio e il credere a Dio: l’educazione teologica, basata sull’abitudine a disprezzare Dio tutti i giorni, non è disposta a credere in Dio. Sa che non c’è da sperare nella speranza e sa che Dio va affrontato senza fede. L’ateismo è l’errore naif di chi invece non crede a Dio. L’equivoco dell’ateo è che egli non ce l’ha con nessuno: com’è possibile a costui negare l’esistenza di ciò che si è già dichiarato inesistente? Egli è in contraddizione con se medesimo, impossibilitato a comprendere ciò che sostiene di negare. Diversamente dall’ateismo, il quale è una semplice opinione, l’empietà si configura come una forma che apre gli occhi sulle cose così come sono (ut in se sunt). L’empio è un ‘missionario’ a servizio di una verità cattiva, che non giova a nessuno. Necessaria è per lui l’esclusione da ogni valido orizzonte speculativo del naturalismo teologico e della teologia apofatica o negativa. La verità dogmatica può essere espressa solo con una teologia catafatica o positiva. Tuttavia quest’ultima è ben distante dai toni cerimoniosi di un Sant’Agostino («Dio, vita mia», «amore mio») o dalla ricorrente giaculatoria teologica (Buono, Bello, Amabile, Sapiente): la teologia impietatis segue l’odium Dei, la fine di ogni venerazione, l’apertura di un’età in cui l’aborrimento è un brevissimo trionfo sulla divinità per mezzo di una sovversione momentanea di ciò che è dato. La fugace affermazione di se stessi fa sì che la propria mente abbia la meglio sul disordine visibile del mondo. L’empietà è assunta come forma dell’anima: questo è quanto può riempire la vita senza però salvarla. La salvezza potrebbe giungere solo qualora fosse eludibile il Male, ma poiché esso coincide con la morte, non può ricevere nessun contrasto. La morte stessa fa la sua comparsa all’ultimo istante, quando è troppo tardi per tutto, anche per il ‘bene’. Nella disperazione universale, l’enorme barriera alla felicità non può che essere Dio. Questi sembra ambire alla nostra estinzione rinunciando a trattarci con indifferenza, anche se nel “Trattato dell’empietà” Sgalambro chiarisce:

Per il resto, Dio non sa d’esistere. Ma, se lo sapesse, egli si odierebbe.

(di Enrico Nadai)

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