Le sanzioni USA alla Russia colpiscono gli alleati europei

Le sanzioni USA alla Russia colpiscono gli alleati europei

Sanno quello che fanno? Quando il Congresso americano adotta sanzioni draconiane il cui scopo principale è rendere impossibile un miglioramento delle relazioni con la Russia nessuno comprende che tali misure rappresentano a tutti gli effetti una dichiarazione di guerra economica ai cari “amici” europei?

Che il Congresso lo sappia o meno, non potrebbe essere più chiaro che il fatto non è ritenuto rilevante. La classe politica statunitense considera il resto del mondo un vassallo da sfruttare, umiliare e ignorare forti della certezza dell’immunità.

Il progetto di legge H.R. 3364 “Contrastare gli avversari dell’America attraverso sanzioni” è stato approvato alla quasi unanimità al Congresso con soltanto tre voti contrari ed è passato al Senato con percentuali che escludono il veto presidenziale.

Questa esplosione di isteria congressuale deflagra in tutte le direzioni e i cari amatissimi alleati europei, principalmente Francia e Germania, saranno probabili vittime del fuoco incrociato con cui l’America vuole tramortire i suoi nemici. I cari amatissimi amici sono a volte rivali, ma tali considerazioni materiali sono indegne delle sacre mura del Congresso, tempio consacrato alla difesa della moralità universale.

IL “SOFT POWER” COLPISCE DURO

Le sanzioni statunitensi colpiscono duramente qualunque nazione europea faccia affari con la Russia. In particolare, l’ultimo pacchetto approvato dal Congresso prende di mira compagnie coinvolte nel finanziamento di Nord Stream 2, il condotto progettato per fornire alla Germania il necessario gas naturale russo. A proposito (per gentilezza e buon cuore, sia chiaro), svariate compagnie americane sono disposte a vendere il loro petrolio ai fedeli alleati tedeschi a un prezzo smisuratamente più elevato.

Questo non è che uno solo degli stratagemmi attraverso i quali il pacchetto di sanzioni statunitensi si rivela strumentale all’obiettivo di costringere banche e imprese sotto al giogo di restrizioni paralizzanti, blocchi giudiziari e gigantesche multe. Gli Stati Uniti predicano incessantemente i meriti della “libera competizione”, ma tramano con energia inesauribile per impedire la libera competizione a livello internazionale.

In seguito al trattato del luglio 2015 che sanciva un arresto del programma di sviluppo nucleare, le sanzioni internazionali sono state annullate, ma gli USA hanno mantenuto quelle imposte in precedenza. Da quel momento, qualunque impresa o banca straniera che contempli la possibilità di intraprendere rapporti commerciali con l’Iran va incontro alla probabilità di venire contattata da un gruppo con sede a New York denominato “Uniti contro l’Iran nucleare”, il quale si arroga il diritto di avvisare gli interessati dei “rischi legali, economici, politici e legati alla propria reputazione qualora si prenda la decisione di fare affari con l’Iran, specialmente nei settori dell’economia iraniana legati al gas e al petrolio”.

I “rischi” citati comprendono miliardi di dollari di multe, sorveglianza da parte di “una miriade di agenzie di regolamentazione”, pericolo personale, difficoltà a ottenere una copertura assicurativa, cyber insicurezza, perdite materiali in termini di circoscritte opportunità lavorative, danno di immagine e indebolimento del valore azionario.

Gli Stati Uniti hanno la certezza dell’impunità nonostante la linea di condotta fraudolenta e criminale tenuta nei confronti del resto del mondo grazie allo sviluppo di un soffocante, oscuro apparato di controllo nel corso degli anni, in grado di imporre la propria egemonia sull’economia del “mondo libero” grazie all’onnipresenza del dollaro, alle tentacolari strutture di intelligence che la quasi totalità del globo e alla semplice strategia dell’intimidazione e della forza.

I leader europei hanno reagito con indignazione all’ultimo pacchetto di sanzioni. Il ministro degli esteri tedesco ha dichiarato che è “inaccettabile utilizzare le sanzioni come strumento per servire gli interessi dell’industria statunitense”, mentre il ministro degli esteri della Francia ha denunciato come illegale “l’extraterritorialità” della legislazione americana e annunciato che “al fine di proteggerci dagli effetti extraterritoriali delle manovre statunitensi dovremo lavorare alle necessarie modifiche alle leggi francesi ed europee”.

È opportuno sottolineare come un amaro risentimento a proposito dell’arrogante imposizione delle leggi statunitensi su altri paesi si sia sviluppato in Francia: tale sentimento si è manifestato attraverso una relazione parlamentare presentata davanti ai comitati degli affari esteri e delle finanze dell’Assemblea Costituente lo scorso 5 di ottobre e incentrata sul tema dell'”extraterritorialità della legislazione statunitense“.

EXTRATERRITORIALITÀ

Il direttore della commissione di inchiesta Pierre Lellouche, la lungo tempo rappresentante di Parigi, ha così riassunto la questione: “I fatti sono molto semplici. Noi ci dobbiamo confrontare con un muro estremamente denso di legislazione americana, il cui intento preciso è asservire la legge agli interessi dell’imperium politico ed economico con l’idea di perseguire vantaggi.

Come sempre negli Stati Uniti quell’imperium, quello schiacciasassi normativo opera nel nome delle intenzioni del mondo, dal momento che gli Stati Uniti si presentano come il “potere benevolo” che opera unicamente nel nome del bene”.

Sempre in nome della “lotta alla corruzione” e della “lotta al terrorismo”, gli Stati Uniti perseguitano con virtuoso accanimento qualunque cosa rientri nella definizione di “US person” (“persona statunitense”), che secondo la peculiare legge americana comprende ogni entità che svolga attività commerciali nel “paese della libertà”, sia che essa abbia una filiale negli USA, risulti iscritta alla borsa di New York, utilizzi un server di provenienza statunitense operi transazioni in dollari, il che è inevitabile per qualunque grande compagnia internazionale.

Nel 2014, la principale banca francese BNP-Paribas ha acconsentito a pagare una stratosferica multa di nove miliardi di euro per aver utilizzato transazioni in dollari nel corso di trattative commerciali con paesi sottoposti a sanzioni americane. Tali transazioni erano perfettamente legali secondo la legge francese, ma dal momento che venivano eseguite in dollari, i pagamenti transitavano per gli Stati Uniti, dove diligenti esperti informatici potevano trovare con efficienza l’ago nel pagliaio.

Le banche europee devono optare per l’avvio di un procedimento penale, che implica ogni sorta di restrizioni e punizioni ben prima che venga promulgato un verdetto, o altrimenti scegliere (ben consigliati da costosi avvocati statunitensi) di avventurarsi nel territorio oscuro e poco familiare dei “plea bargains” (pattegiamento il cui presupposto è la dichiarazione di colpevolezza dell’accusato, NdR) tipici del sistema giuridico americano, ma poco conosciuti dagli europei. Come succede nel caso di un povero disgraziato accusato di rapina in un centro commerciale, gli avvocati consigliano alle imprese europee di dichiararsi colpevoli al fine di evitare conseguenze ben peggiori.

Alstom, una grande impresa multinazionale la cui sezione ferroviaria produce i treni francesi ad alta velocità, è un gioiello dell’industria francese. Nel 2014, sotto pressione in seguito ad accuse statunitensi di corruzione (probabilmente a causa di mazzette a funzionari in un paio di paesi in via di sviluppo), Alstom ha svenduto il proprio settore elettrico a General Electric. I 720 milioni di dollari in multe non sono però stati pagati dal nuovo proprietario (GE), ma sono stati al contrario addebitati alla divisione dei treni di Alstom.

L’accusa inespressa rimanda all’idea che la cosiddetta “corruzione” da parte di imprese straniere causi perdite alle industrie statunitensi. In questo ambito non esiste però reciprocità. Una pletora di agenzie di intelligence statunitensi, in grado di avere accesso alle comunicazioni private di tutti, sono impegnate in attività di spionaggio industriale in ogni angolo del globo. Per esempio l’Ufficio di Controllo dei Capitali Stranieri, adibito appunto a questo scopo, opera con 200 collaboratori e 30 milioni di dollari stanziati annualmente. Nell’ufficio equivalente a Parigi lavorano 5 persone.

Questa era la situazione lo scorso ottobre. Il più recente pacchetto di sanzioni avrà ripercussioni ancor più severe su banche e imprese europee, specialmente per quanto riguarda gli investimenti di vitale importanza nel gasdotto per il gas naturale North Stream.

L’ultimo prodotto del governo americano non è che una delle innumerevoli misure legislative statunitensi volte a smantellare la sovranità legale degli stati nazionali e a creare una giurisdizione legale in cui il potere di indagine e la facoltà di applicazione di norme e precetti siano esclusivamente nelle mani degli Stati Uniti.

LO SMANTELLAMENTO DELL’ECONOMIA EUROPEA

Una dozzina abbondante di banche europee (inglesi, tedesche, francesi, olandesi, svizzere) è caduta sotto alla scure moralizzatrice degli Stati Uniti. L’obiettivo degli USA sono i paesi centrali europei, mentre l’illimitata influenza statunitense nelle regioni nordiche (Polonia, Stati Baltici e Svezia) impedisce all’Unione Europea di prendere misure contrarie agli interessi americani, dal momento che tali decisioni dovrebbero necessariamente essere unanimi.

La preda più consistente della spedizione di caccia finanziaria dello zio Sam in Europa è sicuramente la Deutsche Bank. Come sottolineato da Pierre Lellouche durante l’ultima delle relazioni parlamentari sull’extraterritorialità nell’ottobre del 2015, le mire statunitensi su Deutsche Bank rischiano di travolgere l’intero sistema bancario europeo. Nonostante avesse già versato centinaia di milioni di dollari allo stato di New York, a Deutsche Bank è stata presentata “una multa da 14 miliardi di dollari, mentre il suo valore complessivo non corrisponde che a 5 miliardi e mezzo […] In altre parole, continuando su questa strada l’Europa rischia una crisi finanziaria di proporzioni tragiche”.

In breve, le sanzioni statunitensi sono una spada di Damocle sospesa sopra alle teste dei principali partner commerciali dell’America, con l’economia europea che rischia di divenire un cumulo di rovine fumanti.

L’ex ministro della giustizia Elisabeth Guigou ha definito la situazione “scandalosa”, sottolineando che la Francia ha comunicato all’ambasciata degli Stati Uniti di ritenere la situazione “intollerabile” e di considerare “la fermezza” un atteggiamento necessario.

Jacques Myard ha dichiarato che “la legge americana viene utilizzata per dominare i mercati ed eliminare la concorrenza. Non dovremmo essere così ingenui, dobbiamo svegliarci e renderci conto di quello che sta succedendo”.

L’inchiesta segna una svolta importante per quanto riguarda la consapevolezza francese e la resistenza a queste forme di “tassazione senza rappresentanza” esercitata dagli Stati Uniti sugli stati satellite europei. I membri del comitato hanno affermato all’unanimità che è necessario agire.

Questo avveniva lo scorso ottobre. Nel frattempo, si sono tenute a luglio le elezioni parlamentari in Francia. Il capo della commissione Pierre Lallouche (Repubblicano), la relatrice Karin Berger (Socialista), Elisabeth Guigou (storico membro del partito Socialista) e Jacques Myard (Repubblicano) hanno perduto i loro seggi, battuti da inesperti nuovi membri del partito del presidente Macron, République en Marche. I deputati che hanno recentemente assunto la carica non hanno quindi memoria politica, per esempio per quanto concerne il rapporto sull’extraterritorialità.

Nel 2014, durante il suo mandato come ministro delle finanze, Emmanuel Macron ignorò disposizioni governative adottate in precedenza e approvò la svendita di Alstom a GE. Il capo dello stato non sembra incline a prendere provvedimenti che possano indisporre gli Stati Uniti. Tuttavia, alcune cose sono così platealmente ingiuste da non poter essere ignorate.

(da Ron Paul Institute – Traduzione di Maria Teresa Marino)

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