ANPI: "Ghersi non va commemorata. Era fascista", ma lo erano anche loro

ANPI: “Ghersi non va commemorata. Era fascista”, ma lo erano anche loro

“Giuseppina Ghersi era una fascista. La pietà per una giovane vita violata e stroncata non allontana la sua responsabilità per la scelta di schierarsi ed operare con accanimento a fianco degli aguzzini fascisti e nazisti che tante sofferenze e tanti lutti hanno portato anche nella città di Savona e nella provincia”, è questa la motivazione del presidente della sezione dell’ANPI di Noli, Samuele Rago, che ha impedito l’iniziativa promossa dal consigliere comunale di centrodestra, Enrico Pollero, di commemorarne la memoria con una epigrafe.

La storia di questa bambina, poco più che tredicenne, è ormai nota: stuprata, uccisa e vilipesa nei giorni immediatamente postumi il 25 aprile per aver scritto, durante il Ventennio, un tema apologetico su Benito Mussolini. Una cosa normale, banale, che persino i fautori dei colpi di palazzo, dei tradimenti e delle pugnalate alle spalle dopo il 25 luglio 1943 fecero quando il fascismo godeva di un consenso quasi unanime.

Pensiamo, ad esempio, all'”eroe”, Rosario Bentivegna, e ai GAP: prima del trasformismo e della bomba a chiodi in Via Rasella che, il 23 marzo 1944, trucidò in maniera vigliacca 33 ufficiali del reparto altoatesino Bozen più un bambino che, ignaro, passava di lì (innescando l’eccidio delle Fosse Ardeatine il giorno dopo), era un orgoglioso ed impettito membro in camicia nera dei GUF, i cosiddetti Gruppi Universitari Fascisti.

Gli esempi di antifascisti doc dal passato scottante sono, tuttavia, decine. E sono tutti nomi blasonati, persino adoperati come modelli ideologici per far accettare alle generazioni più giovani la retorica sulla “Liberazione”, la “Costituzione più bella del mondo”. Di Luigi Einaudi, ad esempio, prima della corrispondenza svizzera con intellettuali della Resistenza dopo l’08 settembre 1943, sono famose le lettere a Palazzo Venezia nelle quali chiede venia per certe mattane sovversive dei figli.

Vogliamo parlare, inoltre, di Giorgio Bocca, che prima del “camaleontismo resistenziale” scrisse, il 4 agosto 1942, su La Provincia Grande, un articolo nel quale imputava lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale al “complotto giudaico-massonico”?

Ovvio, molti di costoro che si appiattirono al fascismo e, in seguito, ne hanno dato patenti a chiunque “tenevano famiglia”, ma ciò li allontana di gran lunga, in termini di dignità, da dissidenti della prima ora quali Aleksandr Isaevič Solženicyn, su tutti. Ennio Flaiano, quindi, ne aveva ben donde di dire che in Italia imperano due tipi di fascismo, il suddetto tale e l’antifascismo, per il semplice motivo che è tutto concentrato in un calderone di “ex”. “Anti” compresi.

Alla luce di ciò, che credibilità hanno le loro accuse, degne di chi è “sporco dentro”, contro una bambina innocente di 13 anni? Zero. Indro Montanelli ce lo ha insegnato, nel 1969: per questi olimpionici del trasformismo, seminatori di odio e fautori di una memoria storica selettiva è da riservare solo il più profondo disprezzo.

(di Davide Pellegrino)

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