Povertà contro precarietà

Povertà contro precarietà

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Sergio era un ragazzo della nostra generazione. Qualche settimana fa, dalla sua casa di Ravenna decise di togliersi la vita. In una lettera trovata nella sua stanza, inveisce contro la società scrivendo che la precarietà, la vita fatta di rinunce, senza prospettive, l’hanno spinto a questo gesto estremo.
È una lettera di grande disperazione e tristezza: “Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità”.

Prima di tutto ci si deve porre la domanda che cosè la felicità? Non c’è una definizione universale di felicità e per ognuno può avere diversi significati, per cui è difficile attribuirlo ad una generazione. In tutte le epoche storiche, tutte le generazioni hanno dovuto affrontare grandi questioni sociali, politici, e per rivendicare i loro diritti, molti ci hanno lasciato la pelle. La nostra generazione deve affrontare il precariato, la mancanza di lavoro, e la perdita di tutti i diritti sociali conquistati dai nostri predecessori.

Ma la precarietà non può essere contrastata a livello politico. Lo slogan “reddito e lavoro per tutti” non funziona più nello nel contesto attuale dell’economia globale. Ci vorrebbe un cambiamento radicale ed estremo del sistema sociale, politico, ed economico, dove l’economia si fondi su un giusto ed equo distributismo delle risorse, sull’eliminazione del mercato finanziario per il ritorno ad un’economia “delle necessità”, e sulla profonda riflessione etica della meccanizzazione e del progresso tecnologico di cui è una delle cause della mancanza di lavoro.

Ma non ci sono le caratteristiche storiche e sociali per far sì che tutto questo avvenga, almeno nel presente in cui viviamo. Allora, come contrastare il precariato, se non ci sono i mezzi politici? Avendo la consapevolezza della propria povertà come lotta al precariato. Povertà non significa miseria. La miseria è una condizione di non autosufficienza alimentare. La povertà invece vuol dire accettare di vivere con quel poco che si ha; godere dei beni minimi e necessari, e non dei bisogni superflui.

La povertà può diventare un’ideologia politica ed economica; saper scegliere bene ciò che realmente è necessario per la nostra vita quotidiana, e capire il vero valore delle cose, da quelli che durano nel tempo, e da quelli he dopo un certo periodo vengono gettati nel cestino. La società gobale è un grande mercato di nevrotici, che comprano oggetti senza conoscere nulla per poi buttarli dopo breve periodo e ricomprare.

Quindi, la povertà come conoscenza delle cose necessarie; la povertà può diventare uno strumento di lotta contro la società dei consumi che ha reso la vita dell’uomo moderno un trinomio lavora-guadagna-consuma (e poi crepa); uno strumento di lotta contro la precarietà, attraverso la costruzione di un nuovo stile di vita che possa diventare un nuovo modello di società. La povertà “ideologica” può essere la strada verso uno stile di vita comunitarista.

Sergio nella sua lettera diceva di essere “stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere”.
Il neo-liberalismo e il populismo, si nutrono proprio dell’invidia e dell’insoddisfazione individuale. Ma se invertiamo le regole del gioco, allora, forse, potremmo verificare che l’impoverimento globale della società non è un male assoluto, ma può essere una direzione verso nuovi tipi di convivenza sociale utilizzando la creatività. Perchè la povertà è un ottima fonte di creatività, mette in moto il cervello, e quando si mette in moto quest’organo, non c’è crisi economica che tenga.

La povertà e i fallimenti per cui i giovani si sentono responsabili sono delle occasioni, non solo per conoscere sé stessi, ma anche un mezzo per sviluppare quella creatività sociale che venga corrisposta verso la lotta alla precarietà e alla società dei consumi imposta dai grandi poteri. Sono un esempio le famiglie allargate, le forme di house sharing con studenti e lavoratori, il viaggiare nel mondo attraverso l’utilizzo del car sharing e il couch surfing, o creare delle realtà cooperative aziendali nel settore primario, dove anche se i guadagni sono insufficienti, tutti hanno la possibilità di lavorare.

Sergio non aveva immaginazione sociologica. Il sociologo Wright Mills (1959) definiva l’immaginazione sociologica come la capacità di riflettere su sé stessi come soggetti liberi e non vincolati da tutte quelle influenze sociali che, in realtà, condizionano inconsapevolmente ogni gesto della vita quotidiana. Con molta probabilità lui era influenzato da un approccio materialista alla vita dove il lavoro e la carriera sono gli unici aspetti che contano.

A Sergio era mancata la creatività, la forza di combattere, e la consapevolezza che i traguardi della vita non provengono da una cesta che scende dal cielo.

La nostra generazione non è fallita, come molti credono, e la povertà ideologica e creativa può diventare un boomerang da rivoltare contro chi la povertà la impone, e può far male ancora di più di una rivoluzione violenta.

(di Dario Zumkeller)

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