Sgombero di Roma, la triste campagna dell'ideologia politicamente corretta

Sgombero di Roma, la triste campagna dell’ideologia politicamente corretta

Dopo lo sgombero dei migranti in piazza Indipendenza, a Roma, il 24 agosto 2017, i petalosi stanno avendo la pretesa di introdurne la versione politically correct; i celerini non si dovranno più presentare nei pressi dello stabile in tenuta anti-sommossa, bensì con livree da maggiordomi, offrendo alle povere risorse patatine e salatini ed invitando loro ad abbandonare le case occupate senza insistenza alcuna, con pace e tranquillità assolute.

In fondo che importa, le bombole a gas ed i sassi sono mezzi leciti per esprimere qualsivoglia dissenso. Sono di routine e di ordinaria amministrazione e se voi non lo capite siete, al solito, dei fascisti xenofobi. Mettiamo in chiaro una questione: tali rifugiati politici, o presunti tali – dato che sono i media ad additarli cosi – non hanno in alcun modo il diritto divino di scegliere la casa nel posto a loro più gradito durante i 6 mesi di vitto e alloggio gratuiti garantiti dallo Stato in base alla Convenzione di Ginevra.

A loro erano state proposte, infatti, delle villette a schiera nella zona del rietino, rifiutate perché non sufficientemente comode quando un italiano, di condizioni economiche modeste, si svenerebbe anche solo per affittarle.

E’ solo l’ingordigia, quindi, il motore di queste proteste. Nient’altro. Alcuni sostengono che dobbiamo metterci nei loro panni e capire come ci si sente; le promesse propinate a piene mani dalle ONG circa un’accoglienza calorosa e una casa una volta giunti in Europa, disattese dalle manganellate e qualche ora di pronto soccorso. Lo facciamo, ma non proviamo empatia alcuna; incentivare l’occupazione abusiva significa, di fatto, favorire l’illegalità. Il cittadino italiano onesto gioisce quando le si viene posta fine, sia quando a compierla è un clandestino oppure un poveraccio delle (ormai quasi ex) Vele di Scampia, a Napoli.

E’ etica e vivere civile, questioni evidentemente sconosciute al sinedrio semicolto agguerrito in questi giorni. A costui bisognerebbe spiegare che essere rifugiati non è sinonimo di assistenza, anzi. L’ex Decreto legislativo n. 142 del 18 agosto 2015 dice chiaramente che costoro hanno diritto al lavoro addirittura 60 giorni dopo la presentazione della domanda.

Volete dirci che le “risorse” di piazza Indipendenza, in 4 anni di occupazione dello stabile, non abbiano avuto tempi e modi per usufruirne? No, qui siamo di fronte ad una vera dipendenza da Welfare che, di fatto, le rendono “fratelli minori” o “subalterni”. Mentalità da combattere con ogni mezzo.

(di Davide Pellegrino)

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