Che il Vesuvio bruci, e con lui tutta l'ipocrisia

Che il Vesuvio bruci, e con lui tutta l’ipocrisia

Come l’ultima volta, vi scrivo con lo stesso stato d’animo di un prigioniero di guerra in terra straniera. Sono giorni ormai che l’odore acre di bruciato ci accompagna giorno e notte, rimarcando continuamente l’amara allegoria che ci troviamo a vivere. “Napoli in fiamme” è l’apoteosi del simbolismo, in prima istanza è la dimostrazione di chi – e cosa – comanda davvero in questi territori. Ho avuto occasione di scrivervi dopo l’imponente marcia contro le mafie che si è tenuta nella mia città l’anno scorso, a cui hanno partecipato oltre 50.000 persone. Successivamente, altre manifestazioni analoghe si sono tenute, seppur di minore importanza; il Vesuvio in fiamme è una sonora risata in faccia a tutto ciò, come c’era da aspettarsi alla camorra, delle scolaresche che protestano, non gliene può fregar di meno.

Il Vesuvio in fiamme mentre Dema inaugura una scuola professionale di cucina giapponese sulla collina di Posillipo, il luogo dove è possibile vedere di persona il paesaggio canonico di Napoli raffigurato nelle cartoline – ora arrossato dalle fiamme e coperto dal fumo. È l’emblema della classe politica locale e dell’ideologia che vi è alle spalle.
I leader moderni sono coloro che non hanno mai adottato la scelta delle “decisioni impopolari”, quelli che vengono osannati sul momento per essere denigrati successivamente, al contrario dei leader del passato che venivano denigrati sul momento per venire osannati oggi – vedi Craxi – dimostrando una lungimiranza nei fatti che solo le decisioni impopolari riescono a concretizzare.

È la scuola del consumismo ideologico quella che vediamo oggi in una delle città più antiche del mondo: Il Vesuvio in fiamme e i centri sociali in piazza a protestare insieme ad ormai la maggioranza di immigrati, in ricordo della morte di uno straniero. “Ci piangiamo solo i morti”, come siamo soliti dire in dialetto, ed ancora pretendono tolleranza e accoglienza in una città che accetta tutti, libertà in una città dove tutto è permesso, eguaglianza in una città dove la crisi ha appianato ogni differenza di classe fra ceti medi e bassi, lottano contro il patriarcato in una città che ha il nome di una sirena, femminile per eccellenza, e per concludere si scagliano contro il fascismo in assenza di fascismo, come era solito affermare il filosofo marxista Preve.

Gli alfieri del vuoto adesso siedono nelle Municipalità Partenopee, affiancati alle loro versioni più piccolo borghesi dei “Dema” provenienti da liste collaterali, anime da bottegai per cresciuti e pasciuti nelle gated community intracittadine, non sono altro che il corrispondente umano del fumo acre di questi giorni, come volete che questi sguardi pavidi affrontino una potenza come la camorra?

Che il Vesuvio bruci allora, e con esso brucino anche le false speranze di chi vuole cambiare le cose semplicemente sbraitando in migliaia in mezzo ad una piazza a ribadire l’ovvio, sotto le note dei 99 Posse, che si sprofondi sempre più nell’abisso fino a quando non risorgeranno quegli uomini che alla sfida delle mafie rispondano con “Molon Labe”.

(di Dario Garofalo)

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