Gassmann: "senza immigrati niente pomodori". Dietro l'accoglienza, lo schiavismo

Gassmann: “senza immigrati niente pomodori”. Dietro l’accoglienza, lo schiavismo

«Senza immigrati il paese si ferma […]. Te piacciono i pomodori? Le verdure? Le fragole? Senza di loro scordateli Robertì». Come a dire «senza schiavi niente cotone». Un concetto quantomeno discutibile, per non dire vergognoso e degno del peggior razzista, vi pare?

Gassmann: "senza immigrati niente pomodori". Dietro l'accoglienza, lo schiavismo

Eppure sono le parole di Alessandro Gassman. L’attore romano, nonché ambasciatore UNHCR e testimonial di Amnesty International, ha così mostrato il vero volto della retorica dell’accoglienza: tra caporalato e schiavismo, alla faccia della bontà e dell’altruismo da lui tanto sbandierati.

Paradossale, non vi pare? Certo, non è una novità che gli immigrati siano effettivamente sfruttati nei proverbiali campi di pomodori, ma leggere nero su bianco che queste persone vengono “importate” – anche – per questo motivo fa un certo effetto, non credete? Una gaffe talmente colossale da spingere l’attore a lasciare Twitter: «Sono stato insultato, minacciato, offeso, preso in giro in maniera violenta e continua», ha dichiarato. Insomma, non ha avuto neppure l’onestà intellettuale di ammettere di aver preso questa decisione a causa della sua vergognosa dichiarazione. Neanche l’umiltà di scusarsi, anzi: la colpa è sempre degli altri. Dei razzisti, magari.

Il famoso bue che dice “cornuto” all’asino. Lungi dall’attribuire la stessa mentalità a tutti gli immigrazionisti – dei quali una buona parte lo è in buona fede, credendo di combattere davvero per una giusta causa – è però il caso di riflettere seriamente su ciò che si nasconde dietro lo Ius Soli e di domandarsi se, in fondo, non si tratti del cosiddetto “esercito industriale di riserva” di marxiana memoria.

In altre parole, si tratta davvero di un “atto di civiltà” o è solo un modo per importare manodopera a basso costo, favorire l’abbassamento dei salari e ridimensionare – in senso restrittivo – dei diritti dei lavoratori?

(di Camilla di Paola)

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