Il cappio americano intorno all'Iran

Il cappio americano intorno all’Iran

Iran e alleati

Il 10 febbraio è stato per l’Iran il 38° anniversario della Rivoluzione Islamica del 1979, che trasformò la monarchia filo-americana dello Shah Mohammad Reza Pahlavi in una Repubblica Islamica guidata dagli ayatollah. Durante questa rivoluzione i primi edifici assaltati furono quelli delle ambasciate americane, forse perché il popolo aveva già capito il gioco della bandiera a stelle e strisce. Gli iraniani non dimenticano facilmente il colpo di Stato guidato dalla CIA contro il Presidente Mossadeq, le sanzioni che colpiscono l’Iran sin dal 1979, o l’appoggio dato dagli USA all’Iraq di Saddam Hussein durante la Guerra fra Iran e Iraq, le successive guerre per sottomettere il loro vicino anche se nemico Iraq (a Ovest), e per occupare militarmente l’altro vicino, l’Afghanistan (a Est). Ovvero, gli iraniani sanno che non si va a Baghad e a Kabul senza voler andare a Teheran. Sentiremo ancora parlare dell’Iran, e non solo perché – stando all’Economist – questo Paese ha il potenziale economico che aveva la Cina nel 1990.

La guida suprema dell’Iran ayatollah Sayyed Ali Khamenei ha ringraziato Donald Trump “perché ci ha aiutato a mostrare il vero volto degli Stati Uniti [al resto del mondo]”, quel volto che gli iraniani conoscono fin troppo bene. Poi prosegue: “abbiamo parlato della corruzione politica, economica, morale e sociale nel sistema dominante degli Usa per più di 30 anni, ma ora è arrivato quest’uomo e durante e dopo le elezioni, apertamente e palesemente, ha rivelato tutto”. “Trump dice ‘abbiate paura di me’ – ha poi detto l’ayatollah – “il popolo risponderà a nelle manifestazioni del 10 febbraio (anniversario della Rivoluzione) e mostrerà la sua posizione di fronte alle minacce”. L’Iran ha i suoi problemi interni, certo, ma gli iraniani, un popolo che conosce la storia e la geografia, hanno i loro motivi per stringersi intorno alle guide della Rivoluzione e non fidarsi di quello che in fondo è soltanto un altro Presidente degli Stati Uniti d’America.

Il cappio americano intorno all'Iran

Non è un caso nemmeno, quindi, se negli ultimi anni l’Iran è stato per anni il principale sostenitore di quasi tutti i regimi contrari agli Stati Uniti, contribuendo alla creazione di alleati come Hezbollah, movimento politico-militare sciita presente sopratttutto in Libano, ormai uno dei principali protagonisti nel Merio Oriente, che ha combattuto sempre al fianco del Presidente siriano Bashar al-Assad nella guerra contro lo stato islamico.

Lo stesso Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, ha affermato che il mondo potrebbe trarre beneficio da un “idiota” alla Casa Bianca. Poi, riferendosi alla condotta nei confronti dell’Iran, ha commentato: “Siamo molto ottimisti. Quando un idiota s’insedia alla Casa Bianca e si vanta della sua idiozia, è solo l’inizio della liberazione per tutti gli oppressi del mondo”.

Dall’inizio della guerra, infatti, Hezbollah è alleato, insieme all’Iran, alla Russia e alla Cina, del legittimo governo siriano. Non andrebbero dimenticati, quindi, la serie di accordi stipulati fra Iran e Cina nell’ultimo anno, soprattutto un grosso accordo militare. È sempre lo stesso discorso, se all’Iran non basta la propria alleanza con la Russia e vuole la Cina al proprio fianco, è perché ha motivo di non fidarsi degli americani ed è costretta a scegliere il male minore.

Per quanto riguarda la situazione siriana sembra inoltre che USA e Russia abbiano trovato un accordo ulteriore per sconfiggere insieme la minaccia dell’ISIS, ma questo tentativo di avvicinamento da parte di Trump, forse, è solo una tattica per tenersi buono il Presidente russo in funzione appunto anti-cinese in Medio Oriente.

Il cappio americano intorno all'Iran

La guerra in Siria scoppiò, in realtà, proprio a causa degli interessi di Washington e dei propri alleati nella regione, dopo il “No” di Bashar Al-Assad al sistema di pipeline per il trasporto del petrolio proposto dal Qatar: “Quello è stato un momento molto importante. Come ha dichiarato Bashar al-Assad in una recente intervista: “Non ci è stato offerto [nulla] pubblicamente, ma credo che fosse pianificato. C’erano due vie che tagliavano la Siria; una di queste è quella Nord-Sud, che è legata al Qatar, mentre la seconda è quella Est-Ovest attraverso il Mediterraneo, che taglia l’Iraq dall’Iran. Noi abbiamo deciso di costruire quest’ultima via che va da est a ovest. E credo che molte nazioni che si sono opposte alle politiche della Siria non volevano che il nostro paese diventasse un hub di energia, con risorse e petrolio, e anche un incontro di ferrovie”.

L’Iran si trova, dunque, a confrontarsi con Arabia Saudita, Qatar e le altre monarchie arabe alleate degli Stati Uniti non solo per l’egemonia sul mondo islamico, ma per un ruolo centrale nel mercato (europeo e mondiale) del petrolio e dell’energia. La guerra in Siria è da inquadrare in questa cornice.

Stati Uniti, Turchia, Israele…

Nello schieramento opposto a quello della Siria e i suoi alleati troviamo, oltre alle petromonarchie, la Turchia, che nel suo voler allearsi con tutti, finisce per allearsi con nessuno. Dopo aver appoggiato per anni i terroristi di ISIS, Al Qaeda, Al Nusra e FSA, il Presidente turco ha infatti tentato, per pura convenienza, di trovare accordi anche con Vladimir Putin in merito alla stessa Guerra di Siria. Erdogan era disposto anche ad accettare il governo legittimo a patto che lo stato del Kurdistan non si formasse. Con l’omicidio dell’ambasciatore russo in Turchia, Andrei Karlov (19 dicembre 2016), tuttavia, i rapporti tra lo Zar ed il Sultano hanno incontrato un grave ostacolo diplomatico. Crediamo opportuno, pertanto, di raccomandare cautela a chi davvero desideri capire l’evoluzione della situazione nel Medio Oriente, soprattutto per tutto ciò che riguarda la Turchia. È recente la dichiarazione di Erdogan secondo cui il Governo turco continuerà ad appoggiare i terroristi che si oppongano alla Repubblica Araba di Siria.

C’è anche Israele. Il 15 febbraio il Presidente americano e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu si sono incontrati per la prima volta. Trump ha aperto l’incontro lodando Israele come “simbolo della resistenza contro l’oppressione” e come un esempio di “perseveranza e democrazia”. Forse si riferiva agli ospedali israeliani in cui vengono curati i terroristi (quelli conosciuti come “ribelli moderati” in Occidente). Come ci si aspettava, i due leader hanno parlato del “Nuclear Deal” (l’accordo sul nucleare con l’Iran). L’accordo, stipulato durante l’amministrazione Obama, prevede che l’Iran possa: sviluppare una propria tecnologia e industria nucleare ed esclusivamente per scopi pacifici (energia, ricerca); che l’Iran possa testare qualsiasi tipo di missile fin tanto che esso non contenga cariche nucleari al proprio interno. A Trump non importa che l’Iran si sia impegnato in questi anni a rispettare il più possibile l’accordo, per lui si tratta di un accordo da stracciare al più presto negli “interessi della sicurezza di Israele e degli americani” e ha promesso l’imposizione di ulteriori sanzioni a Teheran oltre a quelle già previste. È una mossa totalmente sbagliata, anche se sicuramente voluta, da parte dell’amministrazione americana. È chiaro che nel momento in cui la parte americana appaia violare gli accordi, l’Iran non vedrà alcun ostacolo allo sviluppo di armi nucleari. Questo farà, a sua volta, salire gli animi in Arabia Saudita e Israele, dove si potrebbe dare una corsa agli armamenti nucleari, col rischio di un’escalation.

È evidente, comunque, come i contrasti fra USA e Israele emergono anche dai conflitti fra i loro proxy, Israele ed Hezbollah. Il Governo israeliano ha dichiarato di voler far rispettare sempre di più la sovranità territoriale israeliana sulle Alture del Golan, una regione molto delicata situata ai confini fra Israele, Giordania, Libano e Siria, appartenente de jure a quest’ultimo, de facto occupata militarmente da Israele, e con l’opposizione di Hezbollah. Insieme ad altri fattori, l’appoggio dato da Trump a Israele fa sperare ben poco sulla volontà, espressa a parole poco dopo la sua elezione, di cooperare con Siria e Russia per risolvere la guerra nella zona.

In conclusione, dopo l’elezione di Donald Trump, è cambiato l’inquilino della Casa Bianca, ma gli interessi e le alleanze rimangono sempre le stesse. Nel Medio Oriente c’è il rischio di un conflitto più grande, con un coinvolgimento più ampio o diretto non solo della Russia, ma degli stessi Stati Uniti e della Cina.

(a cura di Prospettive Globali)

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