Il problema è Washington, non la Corea del Nord

Il problema è Washington, non la Corea del Nord

Washington non ha mai fatto alcuno sforzo per nascondere il suo disprezzo nei confronti della Corea del Nord. Nei 64 anni trascorsi dalla fine della guerra, gli Stati Uniti hanno fatto tutto quanto in loro potere per punire, umiliare e infliggere dolore sul Paese comunista. Washington ha sottoposto la Repubblica Popolare Democratica di Corea alla fame, impedito al suo Governo l’accesso ai capitali stranieri ed ai mercati esteri, strangolato la sua economia con sanzioni economiche paralizzanti, ed installato sistemi missilistici letali e basi militari sulla sua porta di casa.

I negoziati non sono possibili perché Washington si rifiuta di sedersi al tavolo delle trattative con un paese che vede come suo inferiore. Invece, gli Stati Uniti possono contare su una Cina fortemente armata per avanzare le proprie direttive, utilizzando i diplomatici cinesi come interlocutori che si prevede trasmetteranno gli ultimatum di Washington come una minaccia possibile. La speranza, naturalmente, è che Pyongyang venga schiacciata dal bullismo dello Zio Sam e faccia quello che le viene detto. Ma la Corea del Nord non ha mai ceduto alle intimidazioni degli Stati Uniti e non c’è alcun segno in merito al fatto che lo farà.

Al contrario, essa ha sviluppato un piccolo arsenale di armi nucleari per difendersi nel caso in cui gli Stati Uniti cercheranno di affermare il proprio dominio lanciando un’altra guerra. Non c’è paese al mondo che abbia bisogno di armi nucleari come la Corea del Nord. Gli americani che hanno subito il lavaggio del cervello e che si informano tramite Fox e CNN, possono dissentire su questo punto, ma se una nazione ostile arrivasse a schierare una flotta di portaerei al largo della costa californiana durante lo svolgimento di imponenti esercitazioni di guerra sul confine con il Messico (con la palese intenzione di terrorizzare i civili), allora essi potrebbero vedere le cose diversamente. Potrebbero comprendere l’utilità di possedere un po’ di armi nucleari per dissuadere quella nazione ostile dal fare qualcosa di veramente stupido.

E cerchiamo di essere onesti, l’unica ragione per cui Kim Jong-Un non ha raggiunto Saddam e Gheddafi nell’aldilà è perché: 1) la Corea del Nord non siede su un oceano di petrolio, e 2) ha la capacità di ridurre Seoul, Okinawa e Tokyo in campi di macerie fumanti. In assenza delle armi di distruzione di massa di Kim, Pyongyang avrebbe dovuto affrontare un attacco preventivo molto tempo fa e Kim avrebbero dovuto affrontare una sorte simile a quella di Gheddafi. Le armi nucleari sono l’unico antidoto conosciuto contro l’avventurismo degli Stati Uniti.

Il popolo americano – la cui comprensione della storia non si estende oltre gli eventi dell’11 settembre – non ha idea del modo in cui gli Stati Uniti combattono le proprie guerre, o dell’orribile carneficina e della distruzione che è stata scatenata sulla Corea del Nord Ecco una breve rinfrescata che aiuta a chiarire il motivo per cui questo paese sia ancora diffidente verso gli Stati Uniti, più di 60 anni dopo la firma dell’armistizio. L’estratto è preso da un articolo intitolato “Gli americani hanno dimenticato quello che abbiamo fatto alla Corea del Nord”, pubblicato su Vox World:

«Nei primi anni ‘50, durante la guerra di Corea, gli Stati Uniti sganciarono più bombe sulla Corea del Nord di quante ne avevano lasciate cadere su tutto il teatro del Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale. Questo bombardamento a tappeto, che ha incluso 32.000 tonnellate di napalm, ha spesso preso deliberatamente di mira i civili così come gli obiettivi militari, devastando il paese ben al di là di quanto fosse necessario per combattere la guerra. Intere città sono state distrutte, con molte migliaia di civili innocenti uccisi e molti altri lasciati senza casa ed affamati. Secondo il giornalista statunitense Blaine Harden, il Generale dell’Aviazione Militare Curtis LeMay, Capo del Comando Aereo Strategico (SAC, ndt) durante la guerra di Corea, disse all’Ufficio Storico dell’Aviazione Militare nel 1984: “In un periodo di tre anni o giù di lì, abbiamo fatto fuori il 20 per cento della popolazione”. Dean Rusk, un sostenitore della guerra e successivamente Segretario di Stato, disse che gli Stati Uniti hanno bombardato “tutto ciò che si muoveva in Corea del Nord, ogni mattone in piedi sulla cima di un altro”.

Dopo avere esaurito gli obiettivi urbani, nelle fasi successive della guerra i bombardieri americani hanno distrutto le dighe idroelettriche ed i bacini di irrigazione, allagando i terreni agricoli e distruggendo le coltivazioni. “Il 3 gennaio alle 10:30 una flotta di 82 flying fortresses (le “fortezze volanti”, dei bombardieri pesanti quadrimotore, ndt) rilasciarono il loro carico mortifero sulla città di Pyongyang. Centinaia di tonnellate di bombe e composti incendiari vennero simultaneamente sganciati su tutta la città, provocando incendi devastanti, i barbari d’oltreoceano hanno bombardato la città con bombe ad azione ritardata ed alto potenziale esplosivo, deflagrate ad intervalli regolari per un giorno intero, rendendo impossibile per le persone uscire nelle strade. L’intera città è stata bruciata, ed è rimasta avvolta dalle fiamme per due giorni. Arrivati al secondo giorno, 7.812 abitazioni di civili erano state bruciate. Gli americani erano ben consapevoli che non ci fossero obiettivi militari rimasti a Pyongyang. Il numero di abitanti di Pyongyang uccisi da frammenti di bomba, bruciati vivi e soffocati dal fumo è incalcolabile. Rimangono circa 50.000 abitanti nella città che prima della guerra aveva una popolazione di 500.000 persone.»

Gli Stati Uniti hanno ucciso oltre 2 milioni di persone in un paese che non rappresentava alcuna minaccia per la sicurezza nazionale. Come per il Vietnam, la Guerra di Corea è stata solo l’ennesimo degli esercizi per mostrare i muscoli nei quali gli Stati Uniti periodicamente si impegnano ogni qualvolta si annoino o abbiano bisogno di qualche località remota per testare i loro nuovi sistemi bellici.

Gli Stati Uniti non avevano nulla da guadagnare nell’aggressione alla penisola coreana, è stato un mix di pretesa imperialistica e purissima crudeltà, del calibro di cui abbiamo visto molte volte in passato. Secondo l’”Asia-Pacific Journal”: «Dall’autunno del 1952, non erano rimasti bersagli effettivi da colpire per gli aerei degli Stati Uniti. Ogni centro urbano di dimensioni significative, città e zone industriali in Corea del Nord erano già stati bombardati. Nella primavera del 1953, l’Aviazione Militare individuò come obbiettivi i bacini di irrigazione del fiume Yalu, sia per distruggere le coltivazioni di riso della Corea del Nord che per mettere pressione ai cinesi, i quali avrebbero dovuto fornire più aiuti alimentari al paese. Cinque serbatoi idrici furono colpiti, allagando migliaia di acri di terreni agricoli, inondando intere città e devastando la fonte di cibo primaria per milioni di nordcoreani. Solo l’assistenza straordinaria della Cina, dell’Unione Sovietica, e di altri paesi socialisti hanno impedito la diffusione della carestia».

Ripetere: “Serbatoi, bacini di irrigazione, coltivazioni di riso, dighe idroelettriche, centri abitati”, tutti bruciati dal napalm, tutti bombardati a tappeto, tutti rasi al suolo. Nulla è stato risparmiato. Se si muoveva, gli si è sparato, se non si muoveva, è stato bombardato. Gli Stati Uniti non potevano vincere, così hanno trasformato il Paese in una terra desolata ed inabitabile. “Lasciamoli morire di fame. Lasciamoli congelare. Che mangino erbacce, radici e roditori per sopravvivere. Lasciamoli dormire nei fossi e trovare riparo tra le macerie. Che ce ne importa? Siamo il più grande Paese sulla terra. Dio benedica l’America”. Questo è il modo in cui Washington conduce i propri affari, e non è cambiato da quando il Settimo Reggimento di Cavalleria spazzò via 150 uomini, donne e bambini a Wounded Knee più di cento anni fa. Ai Lakota Sioux di Pine Ridge è stato riservato il trattamento di base, così come fu per i nordcoreani, o i vietnamiti, o i nicaraguensi, o gli iracheni e avanti e avanti e avanti e avanti.

Chiunque si metta sulla strada dello Zio Sam, finisce in un mondo di dolore. Fine della storia. La ferocia della guerra dell’America contro la Corea ha lasciato un segno indelebile sulla psiche delle persone. Qualunque sia il costo, Pyongyang non può permettere ad uno scenario simile di avere di nuovo luogo in futuro. Qualunque sia il costo, devono essere pronti a difendersi. Se questo significa armi nucleari, allora così sia. L’autoconservazione è la priorità assoluta. C’è un modo per porre fine a questa inutile situazione di stallo tra Pyongyang e Washington, un modo di ricucire i rapporti e costruire la fiducia? Certo che c’è. Gli Stati Uniti devono iniziare a trattare con rispetto la Repubblica Popolare Democratica di Corea e portare a termine le promesse effettuate.

Quali promesse? La promessa di costruire i due reattori ad acqua leggera della Corea del Nord per fornire calore e luce al suo popolo in cambio della fine del suo programma di armamento nucleare. Non si leggerà di questo accordo sui mezzi di comunicazione perché i media sono solamente il canale di propaganda del Pentagono. Essi non hanno alcun interesse nel promuovere soluzioni pacifiche. La loro specialità è la guerra, la guerra ed ancora più guerra. La Corea del Nord vuole che gli Stati Uniti onorino i loro impegni ai sensi dell’Accordo Quadro del 1994. Questo è tutto. Tenete fede alla vostra parte di quel dannato accordo. Quanto potrà essere difficile? Ecco come Jimmy Carter l’ha riassunto in un editoriale di apertura sul Washington Post (24 Novembre 2010):

«Nel settembre del 2005, un’intesa […] ha ribadito le premesse di base dell’Accordo del 1994. Il testo in questione include la denuclearizzazione della penisola coreana, un patto di non aggressione da parte degli Stati Uniti ed altri passi per sviluppare un accordo di pace permanente che sostituisca il cessate il fuoco che è stato in vigore tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord fin dal luglio 1953. Purtroppo, non sono stati compiuti progressi sostanziali dal 2005..

Nel luglio scorso sono stato invitato a tornare a Pyongyang per ottenere il rilascio di un americano, Aijalon Gomes, con la condizione che la mia visita sarebbe durata abbastanza a lungo per intavolare delle concrete consultazioni con degli alti funzionari della Corea del Nord. Essi hanno espresso dettagliatamente il loro desiderio di sviluppare una penisola coreana denuclearizzata e un cessate il fuoco permanente, basato sugli accordi del 1994 e sui termini adottati dalle sei Potenze (Stati Uniti, Russia, Cina, Giappone, Corea del Sud e Corea del Nord) nel settembre 2005..

I funzionari della Corea del Nord hanno recentemente dato lo stesso messaggio ad altri visitatori americani, ed hanno consentito a degli esperti nucleari l’accesso ad un impianto avanzato per la purificazione dell’uranio. Gli stessi funzionari avevano messo in chiaro con me che la disposizione di queste centrifughe sarebbe stata “sul tavolo per le discussioni con gli Stati Uniti, anche se la purificazione dell’uranio – un processo molto lento – non era contemplata negli Accordi del 1994.

Pyongyang ha inviato un messaggio coerente durante lo svolgimento dei colloqui diretti con gli Stati Uniti, è pronta a concludere un accordo per porre fine ai suoi programmi nucleari, sottoporli all’ispezione dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) e concludere un trattato di pace permanente per sostituire il temporaneo cessate il fuoco del 1953. Dovremmo considerare l’ipotesi di rispondere favorevolmente a questa offerta. La sfortunata alternativa per i nordcoreani è di intraprendere tutte le azioni che ritengono necessarie per difendersi da quello che dichiarano di temere più: un attacco militare da parte degli Stati Uniti, accompagnato dagli sforzi per cambiare il regime politico.»

La maggior parte delle persone pensa che il problema sia la Corea del Nord, ma non è così. Il problema sono gli Stati Uniti; è la loro riluttanza nel negoziare la fine della guerra, la loro indisponibilità a fornire delle basilari garanzie di sicurezza per Pyongyang, il loro rifiuto perfino di dialogare con quelle persone che – nonostante Washington si ostini a negarlo – stanno ora sviluppando una serie di missili balistici a lunga gittata che saranno in grado di colpire le città americane. Quanta stupidità in tutto ciò?

Il team di Trump sta insistendo con una politica che ha fallito per 63 anni e che mina chiaramente la sicurezza nazionale degli Stati Uniti esponendo direttamente al rischio i cittadini americani. E per cosa? Per preservare l’immagine del “duro”, per convincere la gente che gli Stati Uniti non negoziano con i paesi più deboli, per dimostrare al mondo che “qualunque cosa gli Stati Uniti diranno, così si farà”? Stanno così le cose? L’immagine è più importante di un potenziale disastro nucleare?

I rapporti con la Corea del Nord possono essere normalizzati, i vincoli economici possono essere rafforzati, la fiducia può essere ripristinata, e la minaccia nucleare può essere disinnescata. La situazione con Pyongyang non deve per forza rappresentare uno scenario di crisi, può essere riportata all’ordine. Ci vuole solo un cambiamento nella politica, un po’ di do ut des, e dei leader che sinceramente vogliano la pace più della guerra.

(da Counterpunch – Traduzione di Giovanni Rita)

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