Gabriele Del Grande: un giornalista obiettivo?

Gabriele Del Grande: un giornalista obiettivo?

La provincia sudorientale turca di Hatay, al confine con la Siria, dal 2011 è diventata una nuova frontiera dell’umanità. Da lì entrano ed escono armi, droghe (il famoso captagon, usato dai jihadisti), migranti, ma soprattutto i jihadisti di origine europea pronti a dare la vita e l’anima per il califfato. È l’ingresso ufficiale nel conflitto siriano, dove si mischiano combattenti dell’Esercito Libero Siriano, del Fronte iIslamico, turcomanni e salafiti , mercenari al soldo di Erdogan, ed altri passati per dare appoggio ai russi ed Assad.

È in questa bolgia, in questo girone dantesco che Gabriele Del Grande viene fermato dalle autorità turche e portato in un centro di identificazione. I motivi dell’arresto non sono chiaro, né le modalità: alcuni dicono che fosse in compagnia di milizie turcomanne anti-Assad, pronte ad entrare in Siria, altri fornisco altre versione; sicuro c’è il fermo, il mancato permesso giornalistico e la visita negata alle autorità italiane, al suo legale e, inizialmente, ai familiari. Si è così innescato automaticamente il circuito di indignazione mediatica e politica.

L’attore Valerio Mastrandrea ai microfoni chiede “libertà per un amico”, il M5S chiede addirittura il richiamo dell’ambasciatore, e, come era prevedibile, anche la Boldrini si accoda alla marmaglia. La moglie di Del Grande, ai microfoni, si limita a parlare “di un giornalista con la voglia di libertà e di verità”. Eppure Del Grande giornalista non è. Non è iscritti all’albo e neanche con la verità va tanto d’accordo, come vedremo.

Ma chi è Gabriele Del Grande? E cosa fa? Una cosa è certa e va ribadita: nessuno gli augurava il carcere perpetuo, nessuno ha un’anima così forcaiola. La liberazione di un padre di famiglia è sempre una buona notizia. Resta però il dovere di dare informazioni differenti da quelle mainstream che hanno innalzato Del Grande a “martire dell’informazione libera e indipendente”.

La prima cosa curiosa, almeno apparentemente, è perché il governo di Ankara abbia fermato ed arrestato un sostanziale “alleato” di Erdogan nella guerra contro il governo di Damasco. Il governo di Ankara appoggia sin dall’inizio della guerra civile gli pseudo “ribelli moderati”, la stessa posizione politica di Del Grande, il cui sostegno non è solo ideale.

Il giornalista italiano, dal 2006 gestisce un sito, un blog, un progetto chiamato il Fortress Europe, dove si occupa di immigrazione e dell’“osservatorio sulle vittime della frontiera”, un progetto finanziato da una vecchia conoscenza: l’Open Society Foundation del “filantropo” plurimiliardario George Soros. Oltre all’ormai noto sostegno alla galassia di formazioni russofobe in giro per il mondo, l’impegno maggiore della Open Society oggi è sull’emigrazione di massa e la conservazione del “globalismo messo in pericolo dai populismi e dalla deriva sovranista crescente in Europa”, come dichiarato Soros a Repubblica in febbraio. Svariati documenti rivelateci da WikiLeaks, citano Soros tra i maggiori responsabili e finanziatori dei moti e delle insurrezioni in Nord Africa e Medio Oriente, le primavere arabe iniziate 2011, che, nel loro sviluppo, hanno dato vita alla tragedia della guerra civile siriana e ad una catastrofe umanitaria rappresentata proprio da queste emigrazioni di massa.

Ecco, stando ai finanziatori dei suoi progetti, Del Grande non dà l’immagine del giornalista indipendente e terzo. A rafforzare l’immagine di un commentatore prettamente di parte, sono gli articoli dove si arroga l’autorità di chiamare “opportunisti e ignavi” i miliziani curdi che scelgono di combattere con Assad e non con i “ribelli moderati”. Lo stesso giudizio che Del Grande riserva nel 2013 alla divisione del Partito Comunista Siriano unificato, colpevole, secondo Gabriele, di “servilismo dinastico” nei confronti di Assad. Convintamente anti-chavista in Venezuela, dove appoggia apertamente l’estrema destra golpista, Del Grande volò in Libia proprio nel clou delle sommosse avvenute nel paese, dove si auto-proclamò in un documentario “l’unico a raccontare la verità”. Del Grande, ai tempi, parlò di una “libera rivolta di popolo contro il tiranno Gheddafi”, attingendo a formazioni estremamente tendenziose fornitegli dalle fazioni ribelli. Le prime prove tecniche di quelle falsità mediatiche che riutilizzerà in Siria poco dopo. Su La7, dalla Gruber, Del Grande definì “armata popolare” le milizie islamiste di Bengasi che combatterono contro il Raìs.

A marzo 2011, su Fortress Europe, scrisse fiero a proposito delle primavere arabe: «Non sono assolutamente d’accordo con chi grida al complotto. In Libia, come in Tunisia, in Egitto, in Yemen, e adesso anche in Siria, le rivolte sono state spontanee e popolari e non sono il frutto di complotti americani, ma piuttosto la risposta più naturale che potevamo aspettarci dopo decenni di dittature sostenute dalle grandi potenze in nome della stabilità e dei buoni affari. Stupisce che certe teorie cospirazioniste arrivino dagli ambienti di sinistra. Ma forse è anche perché queste rivoluzioni trascendono e superano le categorie della sinistra. È un paradosso interessante da analizzare. In piazza al Cairo, come a Tunisi e a Bengasi, ci sono soprattutto i poveri. Ma i poveri non chiedono salari, non gridano contro i padroni, non si identificano come classe operaia. O almeno non ancora. Prima di tutto chiedono la libertà e prima di tutto si identificano come cittadini. E uno degli strumenti principali che gli permette di organizzarsi è un oggetto di consumo. Forse il simbolo dei beni più futili del consumismo: il computer con cui mettersi in rete, e i videofonini per registrare quello che succede per strada. Infine c’è un elemento generazionale. Sono paesi giovani, al contrario dell’Italia dove il cittadino medio è cresciuto nella guerra fredda. Qui la maggior parte della popolazione ha meno di 25 anni e spinge per il cambiamento. Un cambiamento che sulla riva nord non sappiamo capire, anche per un approccio razzista e coloniale di cui non riusciamo a liberarci. L’Europa si ritiene unica depositaria della democrazia. Come se fosse un concetto che potesse appartenere a qualcuno e non ad altri. E ritiene impossibile che un paese musulmano possa aspirare alla libertà anziché all’oscurantismo religioso. Ecco perché attecchiscono le tesi cospirazioniste. Non riusciamo a accettare che alla “nostra” decadenza corrisponda il “loro” risorgimento».

Tempo dopo, a Gheddafi, caduto scopriremo che la rivolta “spontanea” in Libia altro non fu che una insurrezione, con forti accenti tribali, innescati dalla Francia e dagli USA, nella quale farà breccia anche l’ISIS. Non fu affatto un “risorgimento”, e fu tutt’altro che laico, e che la caduta di Gheddafi fu un disastro per tantissimo, e una manna per pochi – innanzitutto gli scafisti. Ma se errare è umano, perseverare no.

Del Grande, seguendo la genesi delle diverse “primavere”, si trasferisce in Siria, accompagnandosi alla “ribellione” fianco a fianco con l’Esercito Libero Siriano  e le varie milizie islamiste (da Ahrar al-Sham ad al-Nusra). Nei suoi articoli, Del Grande trasforma jihadisti e mercenari in “partigiani”, ed è significativa la sua spiegazione, nel documentario “Un partigiano mi disse” (dove il partigiano in questione è un ribelle della Brigata Islamica operante in Aleppo) afferma:

«Chi mi conosce sa quante volte da allora io abbia meditato di ritirarmi dalla scena pubblica, troppo stanco per ripartire l’ennesima volta da zero. Mi hanno fatto cambiare idea gli attentati in Europa. Perché io sapevo. Me lo disse la prima volta un partigiano ad Aleppo. “Morirò pensando di aver combattuto per la libertà, ma mio figlio mi tradirà! Sarà solo a piangere sulla mia tomba e per vendicare il mio sangue e il sangue di tutti i morti di questa maledetta guerra, verrà a seminare la morte in Europa. Si farà esplodere in aeroporto e ucciderà i tuoi figli e tu non potrai biasimarlo perché siete rimasti indifferenti per anni mentre ci massacravano”».

Un accenno di giustificazionismo del terrorismo che stride con la disperazione e la scia di sangue in cui sono piombate le capitali europee a causa del terrorismo dell’ISIS. Del Grande, in sostanza, con i suoi scritti e le sue prese di posizione ha benedetto tutto il caos mediorentale e nordafricano imperante da 6 anni. Di fatto avvalla le migrazioni di massa, provenienti dall’Africa verso un’Europa derubata di sovranità popolare e politica. Arrivando ad oggi, non possiamo che felicitarci per il ritorno a casa di Del Grande, dalla propria moglie e figli. Un ritorno accompagnato dall’esperienza, fatta sulla propria pelle, i metodi “liberali e democratici” degli oppositori di Assad e di chi li finanzia.

(di Luigi Ciancio)

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