Urbi et Orbi: due parole sull'ambiguità "liberal" di Bergoglio

Urbi et Orbi: due parole sull’ambiguità “liberal” di Bergoglio

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Il discorso tenuto stamattina da Papa Francesco per la celebrazione della Pasqua, durante la benedizione Urbi et Orbi, è l’esempio tipico della debolezza comunicativa del Pontefice, dei motivi per cui lo attacchiamo frequentemente, nonché la causa prima della sua etichettatura errata di “progressista”.

In un accorato appello alla lotta alle ingiustizie del mondo, Francesco ha dapprima proferito parole di comprensione per lo stato di miseria in cui versa il mondo al di fuori della sfera occidentale, tanto da spingersi a definire i migranti come “costretti a scappare dalla povertà”, “a lasciare la propria terra a causa di conflitti armati, di attacchi terroristici, di carestie, di regimi oppressivi”. Una descrizione che non fa una piega, suggerendo tra l’altro – in modo del tutto involontario – l’assurdità delle migrazioni forzate, un processo che non dovrebbe essere benedetto da nessun punto di vista, laico o cattolico che sia.

Voi direte: Bergoglio che riconosce la schiavitù della migrazione, che non fa il solito appello all’accoglienza indiscriminata, inutile e – in ultima analisi – anche dubbiamente cristiana, nella misura in cui non si cura di porre fine alle ingiustizie del mondo ma di prodiga di produrne ancora di maggiori, tanto per i Paesi di partenza che per quelli di destinazione? Sogniamo o siamo desti?

In verità, nessuna delle due. Poco dopo, il Santo Padre si presta a lanciare le solite dichiarazioni consequenziali, palesemente in contrasto con la prima parte del suo discorso ma “piacevoli” agli occhi dei liberal intellettuali che lo incensano a casaccio senza curarsene minimamente da almeno tre anni. “Soccorrere gli schiavi” infatti è un nuovo modo per parlare, in modo caritatevole e all’apparenza moralmente elevante, di accoglienza.

Naturale che Repubblica e affini si siano buttate a pesce sull’ultima dichiarazione e ne abbiano sparato l’essenza del titolo. “Accogliamo gli schiavi” è il risultato finale. Mentre invece la logica dovrebbe condurre ad “aiutiamoli a non essere più schiavi”. Per loro come per noi.

Che Bergoglio non parli esplicitamente secondo i comandamenti della dottrina liberale è fuor di ogni dubbio. Non potrebbe farlo, per il semplice fatto di essere il vertice di un’istituzione, il Vaticano, che culturamente non ne ha nulla a che fare con essi. La maggior parte delle sue dichiarazioni “ambigue” provengono da contesti dialettici più ampi che, in verità, parlano anche secondo logica.

I suoi discorsi, la sua dialettica, prestano il fianco ad interpretazioni progressiste che, poi, sfruttano la situazione per tirare ancora acqua al loro mulino. Ovviamente fregandosene altamente della Chiesa, della fede e della vita cristiana. Ma finché c’è un rappresentante utile agli scopi che ci si prefigge, si può pure nascondere l’atteggiamento, in nome del “progresso” che ben conosciamo.

Ed ecco che perfino un Fittipaldi, che con la Chiesa non ha nulla a che fare nemmeno potenzialmente, diventa un ipotetico “estimatore”. Ma questa è un’altra storia.

Buona Pasqua.

(di Stelio Fergola)

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