Contratti derivati: cosa sono e gli enormi danni che ci hanno causato

Contratti derivati: cosa sono e gli enormi danni che ci hanno causato

I contratti derivati sono strumenti che impongono alle parti che li sottoscrivono di scambiarsi flussi finanziari a condizioni e scadenze predeterminate. Questo tipo di contratto può essere sottoscritto da privati ed enti pubblici. I più diffusi nel portafoglio del Tesoro italiano sono gli IRS (Interest Rate Swap), cioè gli scambi di tassi d’interesse.

Solitamente si tratta di tassi fissi contro tassi variabili, prendendo a riferimento una somma di denaro. Ad esempio, il Tesoro si impegna a versare il 4% di un miliardo di euro (tasso fisso) ogni anno ad una banca che in cambio gli verserà il tasso d’interesse considerato (solitamente l’Euribor, cioè un tasso variabile), sempre applicato ad un miliardo di euro. Se l’Euribor superasse il 4% ne guadagnerebbe il Tesoro, viceversa ne guadagnerebbe la banca. Ciò che salta subito allo sguardo è la grande aleatorietà di questi contratti, che ricalcano palesemente il funzionamento delle scommesse.

Nonostante i loro evidenti profili speculativi, il Governo Italiano iniziò a sottoscrivere derivati sin da metà degli anni ’80. Ora, grazie ad un’inchiesta de L’Espresso, è possibile rappresentare in maniera organica l’impatto di questi contratti sull’economia italiana.
Sebbene il primo ad imporne l’utilizzo fu Romano Prodi nel 1996, si assistette a un loro impiego massiccio negli anni tra il 2001 e il 2005. All’epoca il Ministro dell’Economia era Giulio Tremonti, che li sottoscrisse con il proposito di allungare la vita del debito pubblico e contenere il fabbisogno di cassa.

Lo stesso Tremonti reperì i fondi per l’allestimento dell’Alta Velocità sottoscrivendo, tramite Infrastrutture SpA, derivati per un totale di 5 miliardi di euro con banche quali Morgan Stanley, Ubs, Goldman Sachs e JP Morgan. Vale la pena ricordare che il Direttore Generale del Tesoro dell’epoca era Domenico Siniscalco, che, oltre ad essere stato Ministro dell’Economia tra il 2004 ed il 2005, è responsabile per l’Italia di Morgan Stanley dal 2012, proprio l’anno in cui l’istituto statunitense costrinse l’Italia a corrispondergli 3,1 miliardi di euro a seguito della conclusione di alcuni derivati.

Ciò avvenne in virtù di un accordo quadro che regolamentava la sottoscrizione di contratti derivati tra Tesoro e Morgan Stanley. Questo inquadramento fu compiuto nel 1994 dall’allora Ministro del Tesoro Mario Draghi, il cui figlio Giacomo ha lavorato per la banca d’affari newyorkese sino a pochi giorni fa. Con esso si stabiliva che Morgan Stanley ha diritto a chiudere tutti i contratti in essere nel caso in cui il loro valore di mercato complessivo superi i 50 milioni di dollari.

Non è necessario essere tecnici per intuire che tale soglia sia facilmente raggiungibile quando si parla di derivati riferiti a miliardi di euro. L’adesione a questa clausola mette l’istituto americano nelle condizioni di esigere in qualsiasi momento che l’Italia saldi i propri debiti prescindendo dall’effetto che ciò avrebbe sull’economia nazionale. Come già detto, questa eventualità si verificò nel 2012, anno in cui l’Italia iniziò a subire i provvedimenti di austerity imposti dall’Unione Europea come condizione per una maggiore flessibilità economica.

Ovviamente, senza un esborso di 3,1 miliardi, non ci sarebbe stata necessità di adottare misure così drastiche come quelle prese dal governo di Mario Monti.
Nel 2015 il valore complessivo dei derivati presenti nel portafoglio del Tesoro era pari a 42 miliardi di euro e tra il 2011 ed il 2015 è già costato alle casse nazionali ben 23,5 miliardi. A questa crescita di indebitamento nei confronti delle grandi banche d’affari si opposero solo Tommaso Padoa Schioppa e Pier Carlo Padoan, gli unici a non sottoscrivere nuovi derivati ed a ristrutturare in senso migliorativo le condizioni di quelli già in essere.

I contratti derivati, quindi, si sono dimostrati una scommessa persa frutto di una politica turboliberista praticata da persone collegate, direttamente o meno, con Morgan Stanley ed onorata da un ex advisor di Goldman Sachs, quale è stato Mario Monti. Sebbene non si vogliano avanzare teorie cospirazioniste, risulta perlomeno responsabile interrogarsi sulla buona fede di chi ha condannato l’Italia alla sudditanza economica nei confronti delle banche d’affari internazionali con cui, prima o dopo, hanno avuto legami.

Sicuramente è il momento di evidenziare il collegamento tra la sottoscrizione dei derivati e la crescente ingerenza degli istituti internazionali di credito e delle agenzie di rating nella vita politica italiana. Solo così sarà possibile realizzare quanto l’Italia sia stretta dalla morsa dei creditori e debba trovare il modo di liberarsene per tornare a livelli di crescita dignitosi.

(di Dante Cruciani)

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