Tutti i dettagli della nuova rivalità tra Iran e Arabia Saudita in Medio Oriente

Tutti i dettagli della nuova rivalità tra Iran e Arabia Saudita in Medio Oriente

Curdi, russi e americani

Gli ultimi stravolgimenti mediorientali, rappresi soprattutto attorno ai tre momenti della battaglia di Aleppo, della fine del primo round delle discussioni ad Astana e dalla corsa a Raqqa, hanno sparigliato ancora le alleanze che si erano formate durante il (breve) periodo intercorso tra il fallito colpo di Stato contro Erdogan e la riunione, ad Istanbul, dei plenipotenziari israeliano, turco ed americano.

La Turchia, che aveva tentato di flirtare con Mosca al fine di ottenere un salvacondotto dal disastro islamista in Siria, è rientrata nell’ovile a guida americana cambiando postura. I contatti stretti con Iran ed Egitto, preludio ad un “disimpegno amichevole” e al cambio di rotta, sono stati interrotti malamente, ed Ankara ha accettato il “do ut des” propostogli da Washington: rimanere nell’alleanza antiassadista in cambio di una preminenza nella “corsa a Raqqa”, cioè nella frammentazione della sovranità dell’Oriente siriano.

Il cambio della guardia negli Stati Uniti ha, invece, delineato l’abbandono del Califfato come partner strategico e nell’individuazione dei curdi come nuovo interlocutore capace di mantenere, per conto statunitense,  gli “Boot on ground” che Washington non si può permettere.

Questo capovolgimento di 180 gradi nella geometria diplomatica americana in Siria, dettato soprattutto dalla comprensione che la galassia islamista ha perso definitivamente, ha già dato i primissimi frutti. Nel gennaio di quest’anno partiva infatti il programma di supporto alle milizie curde, che ricevevano alcuni mezzi blindati per la “Corsa a Raqqa”. Opportunamente Giordano Stabile scriveva così, nel suo articolo sulla Stampa:

“La decisione dell’Amministrazione Trump rompe quindi il tacito accordo fra Barack Obama e la Turchia, che si è sempre opposta a un eccessivo rafforzamento dello Ypg, considerato il gemello siriano del Pkk e quindi una pericolosa organizzazione terroristica”[1]

La nuova ripolarizzazione attorno ai curdi porta con se, inevitabilmente, l’attrito con Mosca, la quale ha sempre dimostrato sì benevolenza verso l’idea di un Kurdistan moderato, ma anche fortunatamente irritata dia tentativi statunitensi di far rientrare dalla finestra la balcanizzazione siriana fatta uscire dalla porta con la sconfitta di Aleppo.

La soluzione “federalista”, già caldeggiata a suo tempo sia da Mosca che da Washington come palliativo alla questione curda aveva peraltro incontrato la risoluta opposizione di Damasco che, commentando la bozza di costituzione siriana proposta dagli esperti russi, così si era espressa nella persona del diplomatico Bashar Jaafari:

“It’s completely unacceptable for a group of people to decide to create a statelet and call it federalism”[2]

Lentamente quindi, oltrepassata la palude dello smembramento coatto, le forze imperiali americane ed israeliane, se a parole lisciano il pelo ad Assad, con l’altra non smettono di tramare contro l’integrità siriana. La nuova strategia di Donald Trump di liquidare l’islamismo (si vocifera della sua volontà di mettere fuorilegge la Fratellanza Musulmana, facendo così un favore all’Arabia Saudita) sul campo e nelle metropoli occidentali si accompagna alla ricerca di un ruolo nella futura “Dayton” siriana, che tuttavia si sta verificando ad Astana, senza Washington.

Da Tel Aviv a Ryadh, senza passare dal “Via”

Di fronte al “libera tutti” attorno alle frange islamistiche siriane dopo la debacle ad Aleppo, i grandi sponsor, Arabia Saudita e Qatar in testa, hanno cercato una nuova quadratura del cerchio. Congelato per ora il progetto della balcanizzazione siriana, il nuovo nemico diventa, di nuovo, l’Iran, che con Hezbollah ha fornito enorme aiuto alla causa assadista. Ryadh e Doha, insieme a Tel Aviv, tentano di sobillare una possibile frattura tra Mosca e Damasco, stante la posizione della prima, che vorrebbe assumere il ruolo di egemone militare in Siria e Damasco, che invece vorrebbe implementare anche le forze iraniane e di Hezbollah, rafforzando così il “Crescente Sciita”. Il legame tra Russia ed Iran (e quindi con Hezbollah) era già stato individuato a suo tempo dalle amministrazioni americane come il punto debole della alleanza antimperialista tra Cina, Russia ed Iran, e la nuova amministrazione Trump ha puntato propriosu questo progetto, come ricordava Jay Solomon dalle colonne del Wall Street Journal[3]

Sull’uso strumentale delle frizioni (possibili) tra Damasco e Teheran e Mosca dall’altro lato, sono concentrici quindi i progetti tanto di Israele, che da anni tenta di tessere una rete diplomatica contro la normalizzazione di Teheran, quanto di Ryadh, che avrebbe tutto da perdere ad essere lasciata sola con le proprie sconfitte nello Yemen.

Per rafforzare la pressione su Teheran, tentare di indispettire Mosca e nel contempo capitalizzare le nuove strette relazioni che la guerra civile siriana ha portato tra Arabia Saudita e Tel Aviv, il progetto sarebbe quello di creare una “NATO Araba”, per inverare il ruolo di Israele ed Arabia Saudita (con l’incognita dell’Egitto, in fase di riavvicinamento a Damasco) come “Gendarme” antiraniano che permetta a Trump di circondare Teheran senza esporsi diplomaticamente.

Il progetto di “NATO Araba” è stato sottilmente suggerito da Avigdor Liebermann in occasione della conferenza di Monaco sulla sicurezza[4], ed ha sortito subito la risposta delle sfere diplomatiche saudite che, hanno affermato, per mezzo di Abderrahman al Rashed che:

“Questa Nato in stile arabo è una risposta naturale alla politica di Teheran. Emirati, Egitto, Giordania e Arabia Saudita cercheranno di mettere in piedi una forza militare che dovrà contenere l’Iran presente in Iraq e Siria e la sua influenza in Libano e Yemen favorita dal vuoto generato dalla linea della passata Amministrazione USA”[5]

Alla luce di questo nuovo riposizionamento bisognerebbe leggere i nuovi ottimi rapporti tra Washington e Ryadh, che si è vista esclusa dal “Muslim ban act” e che spera di ricevere dalla amministrazione Trump, in cambio, un congelamento dei processi contro la casa reale per quanto concerne i fatti dell’11 Settembre ed una stretta degli Stati Uniti contro gli sciiti iracheni, che minacciano da vicino di saldarsi a quelli nell’Oriente Saudita e all’Iran. La nomina di McMaster in luogo di Flynn sarebbe peraltro un passo in questa direzione, stante le sue posizioni visceralmente antiraniane, questo in accordo con Mattis.

Il “conciliarismo” iraniano

Di fronte a questa bordata diplomatica, che si rafforzerà presumibilmente dopo le elezioni presidenziali in Iran, che si terranno a metà Maggio del 2017, l’Iran può contare su alcune rassicurazioni. Mosca ha, difatti, severamente respinto le insinuazioni americane sull’Iran, dimostrando come la diplomazia conservatrice russa ritenga ancora basilare l’asse a tre Iran/Russia/Cina. Inoltre, ha ricevuto alcuni segnali incoraggianti dall’Egitto, fin da Novembre dello scorso anno, basati sul mutuo rifiuto di riconoscere Ryadh come capofila dei paesi arabi, ruolo che il Cairo vorrebbe avere per se. Su queste basi, sostiene Fehras Abu-Helal:

“Saudi Arabia’s launch of its operations in Yemen, which it called Operation Decisive Storm, was an important turning point in Egypt aligning its position with Tehran. Cairo refused to give any practical or even political support that would match up to Saudi Arabia’s expectations, as Saudi Arabia considers itself responsible for establishing Al-Sisi’s government”

E anche

“More importantly about the convergence of the Egyptian and Iranian positions is the voting of the Egyptian ambassador to the UN Security Council in favour of the Russian draft resolution regarding Syria on 9 October. This vote was seen as “painful” by the Saudi ambassador to the UN” [6]

Forte di questa testa di ponte in seno alla coalizione araba che probabilmente sorgerà contro Teheran, quest’ultima ha risposto diplomatizzando la questione.

Al richiamo all’unità araba contro il nemico persiano, che trova nella Turchia e in Israele valide sentinelle non arabe, l’Iran, e soprattutto l’establishment conservatore attorno a Khamenei, hanno giocato la carta dell’unità islamica, sfruttando anche il ruolo assunto da Teheran nella polemica contro le sparate antislamiche di Trump, in cui si è posta come baluardo del mondo islamico contro la rinnovata tirannide americana.

Ancora alla conferenza sulla Palestina tenutasi a Teheran il 21 di Febbraio, la guida Ali Khamenei ha chiamato alla unità contro il comune nemico le nazioni musulmane, sostenendo che Israele tragga gran beneficio dal caos e dallo scontro settario tra di esse[7].

L’impegno diplomatico iraniano nella unità islamica è teso a mettere nero su bianco il “tradimento” che la Causa Saud perpetra nell’alleanza con Israele. I decisori iraniani (soprattutto nella loro componente conservatrice) desiderano infatti che la diatriba tra Ryadh e Teheran diventi affare islamico, essendo convinti che il riposizionamento di Ryadh in accordo con Tel Aviv non possa avvenire se non attraverso una sconfitta diplomatica della stessa Arabi Saudita, che si troverebbe quindi alleata di Israele ma isolata nel contesto arabo, in cui Ryadh può ancora mietere dividendi diplomatici.

Questo “conciliarismo” è solo un’altra fase tattica della lotta tra Iran ed Arabia Saudita per magnetizzare l’opinione pubblica islamica ed araba contro l’altro, al fine di minarne il fascino nell’agone strategico. Le vittorie iraniane sul campo, dalla battaglia di Aleppo alle cavalcate delle forze irachene contro l’ISIS in Iraq, e le sconfitte saudite in Yemen ad opera dei ribelli Houtni rischiano, senza un dovuto impegno diplomatico, di trasformarsi in un boomerang per Teheran, che potrebbe apparire una forza antiaraba e antisunnita, piuttosto che capace di costruire una narrazione islamica unitaria accettabile.

Il “conciliarismo” iraniano serve appunto a questo: diplomatizzando la questione, al sicuro dietro il patrocinio russo, Teheran può sfidare il ruolo egemone di Ryadh nel mondo islamico ed arabo e presentarsi come unica forza islamica capace di “normalizzare” Damasco e Baghdad, ovviamente in senso antimperialista ed antiwahabbita.

Nelle scaramucce diplomatiche e nella sfida delle narrazioni starà la chiave delle future frizioni tra Iran ed Arabia Saudita.

(di Lorenzo Centini)

[1] Giordano Stabile, “Siria, i curdi ricevono i primi mezzi blindati dagli Stati Uniti”, uscito su “La Stampa” il 31 Gennaio 2017
[2] Citato in Adam Garrie, “Syria rejects russian draft costitution”, uscito su “The Duran” il 1 Febbraio 2017
[3] Jay Solomon,“Trump Administration Looks at Driving Wedge Between Russia and Iran”,uscito suThe Wall Street Journal il 5 Febbraio 2017.
[4] Citato in Michele Giorgio, “Una Nato Araba contro l’Iran, Israele alla corte dei Saud” uscito su Nena News il 24 Febbraio 2017
[5] Ibidem
[6] Feras Abu-Helal,“Explaining the Egyptian-Iranian ‘rapprochement, uscito su Middle East Monitor il 9 Novembre 2016
[7] http://english.khamenei.ir/news/4644/We-are-with-every-group-that-is-steadfast-on-the-path-of-Resistance

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