Globalizzazione: dalla Cina agli USA si corre ai ripari. E l'Europa si isola

Globalizzazione: dalla Cina agli USA si corre ai ripari. E l’Europa si isola

Non è una novità, dall’avvento del mercato globale: l’Europa arranca e ha perso il suo ruolo centrale economico e geopolitico. Dal 2000, la gestione confusionale delle nuove frontiere economiche e geopolitiche ha creato una forte crisi e un progressivo impoverimento della popolazione europea.

Ma l’ultimo Forum Economico Mondiale e l’insediamento ufficiale di Donald Trump hanno mostrato al mondo intero un vecchio continente nudo, spaesato, isolato. Le nuove politiche economiche “protezioniste” annunciante del neo presidente degli Stati Uniti cominciano a prendere forma e incanalarsi in vari progetti concreti, con il placet di Wall Street e del Dow Jones, ai massimi storici, smentendo i vari forbiti economisti che, come con la Brexit, avevano previsto disastri e sventure il giorno dopo le elezioni.

Dall’altra parte del globo, il premier brittannico fa eco a Donald Trump rafforza la partnership con Washington, smarca l’Europa e le sue continue minacce verso Londra di un “hard Brexit”, progetta nuovi accordi economici e defiscalizzazioni che non solo scongiurerebbero la fuga delle grandi aziende e delle multinazionali, ma potrebbero attirarne altre dalla vicina Irlanda, sotto l’occhio severo di Bruxelles ormai da tempo a causa della sua politica fiscale a dir poco “easy”.

Gli USA e la May, dunque, minacciano di minare le fondamenta di una globalizzazione che ormai mostra tutti i suoi lati peggiori, che hanno portato la classe medio bassa dell’occidente ad una vera e propria reazione di massa “elettorale”: il consenso ai movimenti “populisti” e “sovranisti” cresce di pari passo con le aree dimenticate e penalizzate dal mercato globale.

È stato il nord dell’Inghilterra, delle acciaierie e del mercato ittico in crisi a dare la spinta decisiva alla Brexit, così come negli USA a dare fiducia a Trump sono stati i “blue collars”, operai del siderurgico e gli sfiancati dal trattato NAFTA e dell’acciaio a basso costo proveniente dall’Asia. Stesso discorso in Europa: dalla Francia all’Austria è un coro di no alla “new economy” che ormai ha il sapore del vecchio.

In tutto questo caos mondiale, a proteggere la globalizzazione, a Davos, è stata la Cina. E dal canto suo legittimamente. Il dragone è stato l’unico insieme all’India a saper capitalizzare al massimo il mercato globale, forte anche dell’impreparazione del vecchio continente e degli americani.

La Cina degli ultimi quindici anni ha saputo sviluppare la propria società interna, ha intrapreso una nuova rivoluzione industriale riconvertendo intere aree agricole. Ha aperto al capitalismo in maniera arguta, senza trascurare l’aspetto statale, arrivando a nazionalizzare colossi delle multinazionali come Coca Cola e i Mc Donald’s.

La Cina oggi vede minacciato il sistema globale che l’ha resa grande e lo protegge. Ma non lo fa guardando verso l’Europa, bensì aggrappandosi alla Russia, all’India, all’Iran e sopratutto in Africa. L’industrializzazione del continente nero è sempre più legata all’Asia, mentre l’Europa sembra saper solo importare manodopera a basso costo e spesa pubblica.

Solo nel 2016 il governo di Pechino, insieme ai maggiori giganti industriali cinesi, ha investito 60 miliardi di dollari nel Centro Africa, con progetti che vanno dalla costruzione di infrastrutture come autostrade, ferrovie e aereoporti , fino ad investimenti agricoli e finanziari.

Altri 70 miliardi di dollari sono previsti nell’Area sud del continente per il 2017. Come ha annunciato il presidente cinese Xi Jinping il 4 dicembre scorso a Johannesburg. Insomma, da Washington a Pechino, fino a Mosca le grandi economie corrono al riparo e aprono a nuovi scenari economici. E l’Europa? E’ forse l’unica a non aver cambiato registro e ad essere non isolazionista, ma di fatto isolata?

Un ‘Europa che si rispetti, oggi, anziché minacciare Londra ed esprimere giudizi poco diplomatici se non offensivi verso il nuovo presidente americano, dovrebbe correre ai ripari e sconvolgere la politica economica e finanziaria che la sta portando nel dimenticatoio, se non nel baratro.

L’ Europa , oggi, dovrebbe innanzitutto e in primis abolire le sanzioni alla Russia, sanzioni che nei fatti non hanno danneggiato nessuno se non l’Europa stessa, e soprattutto intere categorie di imprenditori italiani (ad oggi il danno provocato alle imprese italiane si quantifica intorno ai 5 miliardi di Euro).

Dall’inizio delle sanzioni, il presidente Vladimir Putin ha annunciato una politica basata sul consumo di prodotti e materie prime nazionali. La popolazione ha risposto positivamente, riuscendo ad attutire il danno economico ed occupazionale, provocato anche dal crollo del rublo e del prezzo del petrolio.

Tornado alle nostre parti, si dovrebbe rivedere la politica monetaria, ammettere il fallimento di un solo conio in economie totalmente diverse, almeno valutare il processo di un “doppio Euro” a due velocità, per agevolare l’uscita dalla crisi acuta in cui riversano i paesi del sud del continente.

Un Euro meno forte aprirebbe nuove prospettive per le esportazioni, soprattutto per un Paese manifatturiero come l’Italia, ormai tagliata fuori dal mercato globale dal costo del lavoro e dall’Euro forte.

Bruxelles dovrebbe agevolare e creare un “new deal” fatto di defiscalizzioni, abbandono sistematico di una politica di austerità che ha bloccato gli investimenti e la creazione di nuovi posti di lavoro.

Dovrebbe rivalutare la politica migratoria che ha fatto crollare i salari, creato tensioni sociali e una guerra negli strati più deboli della società che più soffre i danni dell’ “accoglienza di massa”. Niente di tutto ciò, per ora: solo chiusure a riccio, spazio ad eurocrati e lobbiesblindsti in una Torre d’Avorio, incapaci di capire la situazione reale che assume sempre più le caratteristiche del naufragio.

L’area Euro cresce in media di Pil annuo dell’ 1,8% in un mondo che va dal 6,7% della Cina al resto dei continenti tra il 7% e il 4%. La precarietà del lavoro e l’austerità ha fatto dell’Europa un posto poco competitivo e poco amichevole, dove la qualità della vita è in continua picchiata. Il mondo cambia, la globalizzazione fallisce e ovunque si creano nuove prospettive e strategie.

L’Europa risponde nella maniera più scellerata, stando ferma nelle sue posizioni, sanzionando gli altri Paesi e affidandosi ad Ong e giornalisti impegnati nella totale delegittimazione degli altri. Costruendo una realtà finta, dopata. Un castello di carte in bilico pronto a crollare in maniera irreparabile.

(di Luigi Ciancio)

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