Vecchie distopie e nuove forme di potere

Vecchie distopie e nuove forme di potere

Nemmeno un secolo fa sembrava fantascienza, ma oggi? Le paure d’inizio XX secolo sono diventati i problemi reali del XXI. Forse avremmo dovuto dare più ascolto a Zamjatin, Huxley ed Orwell.

Da wikipedia, alla voce Distopia https://it.wikipedia.org/wiki/Distopia

“Per distopia (o antiutopia, pseudo-utopia, utopia negativa o cacotopia) s’intende la descrizione di una immaginaria società o comunità altamente indesiderabile o spaventosa. Il termine, da pronunciarsi “distopìa”, è stato coniato come contrario di utopia ed è soprattutto utilizzato in riferimento alla rappresentazione di una società fittizia (spesso ambientata nel futuro) nella quale alcune tendenze sociali, politiche e tecnologiche avvertite nel presente sono portate a estremi negativi. Secondo l’Oxford English Dictionary, il termine fu coniato nel 1868 dal filosofo John Stuart Mill, che si serviva allo stesso tempo anche di un sinonimo coniato da Jeremy Bentham nel 1818, cacotopìa. Entrambe le parole si basano sul termine utopìa, inteso come il luogo dove tutto è come dovrebbe essere. Distopia è quindi l’esatto opposto, cioè un luogo del tutto spiacevole e indesiderabile. Spesso la differenza tra utopìa e distopìa dipende dal punto di vista dell’autore dell’opera. I testi distopici appaiono come opere di avvertimento, o satire, che mostrano le tendenze attuali estrapolate sino a conclusioni apocalittiche. Dunque la distopia si basa su pericoli percepiti nella società attuale, spostando però l’interesse su un’epoca e un luogo distanti o successivi a una discontinuità storica”

Rileggendo i più importanti romanzi distopici del passato, possiamo fare un resoconto di quanto gli scenari in essi rappresentati si siano poi realizzati, a distanza di 95 anni (nel caso di “Noi”, di Evgenij Ivanovič Zamjatin, 1921) o meno (“Il Mondo Nuovo”, di Aldous Huxley, 1932; “1984”, di George Orwell, 1948). Tale resoconto non è solo fine a se stesso, come a voler individuare chi, fra gli scrittori, avesse avuto l’occhio più lungo; ma risulterà interessante perché attraverso il suo filtro vedremo un presente che altrimenti non avremmo visto: un presente condizionato sotto molti aspetti proprio dalle distopie dei tre nostri autori, che evidentemente non sono stati semplicemente dei narratori di fantascienza, ma anche e soprattutto degli attenti analisti della società mondiale in cui vivevano, che mostrava in sè i prodromi di quello che è poi realmente successo. Nell’intento di non voler stilare un lungo elenco di comparazioni distopie/realtà che potrebbe risultare noioso e volendo al tempo stesso evitare che un semplice articolo diventi un saggio, ci si limiterà a pochi elementi, sperando di stimolare la curiosità di leggere per intero i romanzi e scoprirne tutti gli altri particolari.

NUOVO ORDINE MONDIALE E ALTRE POLITICHERIE

Tutti i romanzi presi in esame si ambientano in un futuro privo di nazioni, ma retto da un sistema unipolare, o multipolare, sovranazionale. I singoli Stati non hanno più alcuna utilità ed anzi, sono considerati d’intralcio ai governi “mondiali”. Ci torna più utile degli altri il caso di “1984”: il mondo è diviso in tre blocchi (Oceania, Eurasia ed Estasia) in perenne guerra fra loro per il controllo dell’intero pianeta. C’è quindi una volontà, da parte dei diversi poteri, di superare le divisioni nazionali ed unire tutta l’umanità sotto un’unica bandiera. Si può parlare di Nuovo Ordine Mondiale? Dopo la seconda guerra mondiale, la Guerra Fredda ha portato alla creazione di un grande blocco occidentale retto su un accordo di “difesa” militare, la NATO. Negli ultimi anni abbiamo assistito, con l’esplosione economica della Cina, la crescita economica e di influenza di paesi emergenti e il ritorno sulla scena di una grande Russia, all’accordo transnazionale dei BRICS e quindi alla nascita di un blocco (seppur esclusivamente economico) opposto a quello occidentale. Le vicende geopolitiche attuali, con il rafforzarsi dei sovranismi e il progressivo indebolimento della forza imperialista americana (sarà curioso vedere gli sviluppi della presidenza Trump e del Brexit), sembrerebbero aprire la via ad un multipolarismo simile a quello pensato da Orwell, con gli equilibri planetari sempre più sotto il controllo di entità macroregionali o, addirittura, mondiali.

IL PARTITO UNICO COME UNICO PARTITO POSSIBILE

Nei mondi distopici non esiste alcun dibattito politico, il governo è incontestato e incontestabile, le opposizioni non sono parlamentari ma sovversive, il partito è unico: le differenze politiche non esistono più, poiché l’unica forma di amministrazione capace di mantenere la pace è quella della “dittatura”. I tre autori sono, seppur per motivi diversi, ugualmente preoccupati dalle conseguenze del socialismo estremo, di una politica che annulla le diverse ideologie per imporne una nuova e unica. Risulta elementare, per noi italiani, confrontare questi scenari apocalittici e ciò che è successo al nostro Paese da Tangentopoli in poi: le “vecchie” ideologie politiche, che avevano coesistito per decenni (seppur con non poche macchie) producendo protagonisti di altissimo livello, sono state cancellate e sostituite da nuovi elementi polarizzatori ed estremamente simili (centrodestra e centrosinistra) che, non è difficile prevedere, finiranno con l’unirsi in un “partito della nazione” (vedi il Patto del Nazareno e le somiglianze tra Berlusconi e Renzi). Anche negli USA, ormai, non è più possibile trovare differenze sostanziali tra Repubblicani e Democratici, tanto che le posizioni geopolitiche della fu candidata Hillary Clinton sono più repubblicane (e imperialiste) di quelle di Trump. Le democrazie occidentali, a meno di stravolgimenti futuri, sembrano tutte destinate a diventare “centriste”, con opposizioni sempre meno influenti, governate da un unico partito che metta d’accordo un po’ tutti, con le buone, con gli inciuci o… con le cattive.

SUL CONTROLLO MENTALE E SUL PENSIERO UNICO

Per far accettare alla popolazione un governo autoritario, illiberale ed antidemocratico, evitando conflitti sociali, insurrezioni, guerre o quant’altro, è necessario prima di tutto rendere mansueti i cittadini: «La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza», così scrive Orwell. Entra in scena dunque il controllo delle menti, sia esso esercitato attraverso l’ignoranza del singolo, la castrazione delle propensioni individuali o, nel caso peggiore, la droga. In “Noi” i cittadini vivono nella totale assenza di stimoli esterni, con le ore giornaliere dettate da un rigido programma di impegni, sia sociali che lavorativi, mentre in “Il Mondo Nuovo” il governo ricorre addirittura ad una droga (Soma) per sopprimere qualsiasi pulsione “non necessaria” e per inibire le emozioni. Sono presenti programmi di intrattenimento ripetitivi a cui tutte le persone sono costrette, le uniche nozioni accessibili sono quelle decise dall’alto e utili alla realizzazione degli scopi specifici di ognuno. Huxley parla esplicitamente di condizionamento, cui sono sottoposti tutti gli umani dalla nascita, grazie al quale il governo si assicura che nessuno possa nutrire sentimenti dissidenti dal pensiero unico regnante. Nella “genesi” del suo mondo gli esseri sono forgiati scientificamente per rispettare pedissequamente il loro compito, senza alcuna via di fuga, e di accettare con serenità il proprio status sociale, qualsiasi esso sia. Il controllo mentale, pur se esercitato in forme diverse, è alla base delle società distopiche dei tre romanzi. Chiedo a voi quali e quante sono le differenze con la nostra società contemporanea, sempre più schiacciata su posizioni non realmente libere: guardate il condizionamento imposto dagli impegni lavorativi e dai sacrifici cui siamo costretti, dall’utilizzo dei social network e delle nuove tecnologie, dal sempre più uniforme show business, dagli imperativi sociali dell’apparire, dell’essere buoni e retti e giusti, dal ricorso a “sballi” e distrazioni vuoti ed alienanti, dal pensiero unico dominante che spinge in un angolo le voci dissidenti, dalla reducio ad hitlerum utilizzata dal sistema per demonizzare chiunque sia “diverso”. Già nella nostra esperienza di vita abbiamo potuto assistere al progressivo appassimento delle diversità e al rafforzamento di una “dittatura” morale e sociale, destinata nei decenni futuri a divenire ancor più totalizzante. Notizia di questi giorni è la probabile futura scesa in campo politico di Mark Zuckerberg, creatore e proprietario di Facebook: pensate a come il social network più diffuso e influente del mondo sarà in grado di plagiare le opinioni dei suoi utenti durante la lunga e invisibile campagna elettorale.

DALL’ANNULLAMENTO DELL’INDIVIDUO ALLE CLASSI SOCIALI

Una persona è libera finché riesce a riconoscere se stessa come individuo. Nella critica al socialismo, di stampo nazista o comunista che sia, i tre scrittori focalizzano la loro attenzione su questo problema. Ma, mentre in “1984” gli umani esistono ancora come individui e famiglie, seppur sotto il perenne controllo reciproco e del Grande Fratello, sia in “Noi” sia in “Il Mondo Nuovo” l’uomo cessa di esistere in quanto tale e diventa solo un ingranaggio del meccanismo sociale. Zamjatin riduce tutto alla matematica e infatti nessuno ha un nome, ma solo un numero, simile a un codice a barre; Huxley va oltre e cancella totalmente il concetto di nascita: gli umani vengono prodotti in fabbrica in qualità e in numero necessari al governo (qui andrebbe aperto un paragrafo intero sull’eugenetica, sulle teorie gender, sull’utero in affitto e via dicendo) per ottemperare ai suoi bisogni. La famiglia cessa quindi di esistere e con essa ogni rapporto interpersonale al di fuori di quelli fondamentali (in parole povere, restano solo lo svago e il sesso, sia in Huxley che in Zamjatin esiste esclusivamente la poligamia). Parallelamente, mentre in nessun romanzo distopico si parla di colore della pelle o di etnie o di razze, emerge invece con insistenza la suddivisione in classi o caste bloccate, senza possibilità alcuna di avanzare verso una superiore o retrocedere in una inferiore. Ogni persona nasce con uno scopo, inserita in un preciso insieme di suoi consimili, con un destino già deciso ed ineluttabile. Quello a cui noi stiamo assistendo non è così dissimile: la polemica nata attorno alla supposta “inappropriatezza” dei termini padre e madre è d’attualità (mettendo in discussione le fondamenta del concetto di famiglia, come succede con l’abolizione dell’obbligo di fedeltà, per ora riconosciuto solo alle unioni civili ma in discussione anche per i matrimoni eterosessuali); come attuali sono i temi legati all’immigrazione più o meno legale e legittima, che progressivamente trasformerà le comunità nazionali europee in un crogiolo di etnie, tradizioni e religioni diverse eppure impossibili da riconoscere l’una dall’altra; e infine altrettanto attuale è l’argomento del neoschiavismo e del classismo, su cui il potere sta plasmando i “nuovi popoli” europei ed occidentali, sempre più divisi tra chi è ricco e sarà sempre più ricco, chi è subalterno al ricco e tra chi è o sarà povero, senza lasciare spazio a speranze di cambiamento e progresso reali. In parole povere, si sta avverando l’annullamento della società prettamente “umana”, con tutte le sue caratteristiche e tradizioni millenarie, sostituita da una società “materiale”, più semplicemente modellabile, amministrabile e sfruttabile in base alle necessità del mercato e del potere.

CONCLUSIONI

Anche se può apparire forzato, se non di matrice “complottista”, questo breve viaggio nelle distopie della prima metà del XIX secolo è, invece, molto aderente alla realtà: può sembrare un’esagerazione perché siamo abituati ad accettare quello che accade attorno a noi senza soffermarci abbastanza ad analizzarlo, perché subiamo cambiamenti radicali nella nostra società con passività per il fatto che essi avvengono sotto la bandiera del supposto “progresso”; è proprio questo nostro atteggiamento contraddistinto dall’ignavia che ci impedisce di notare l’importanza vitale di questi sviluppi sociali, politici e morali. Ma se riuscissimo a guardare con più attenzione, se riuscissimo a scorgere le conseguenze di ciò che sta succedendo, ci renderemmo conto immediatamente che Zamjatin, Huxley, Orwell e tanti altri non stavano inventando mondi impossibili, ma stavano piuttosto mettendoci in guardia. E noi non siamo stati capaci di ascoltarli. Cosa fare a questo punto? Possiamo ricordare chi eravamo e confrontare ciò che siamo ora, per riscoprire il valore dell’essere umano. Possiamo criticare e combattere la propaganda, il pensiero unico, le manipolazioni che tutti i giorni attentano alla nostra società. Possiamo difendere la nostra unicità e la nostra bellezza, come individui, come famiglie, come comunità, come popoli, e come umanità. E lottare per l’utopia di un mondo veramente migliore.

(di Silvio Fabbri)

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