Indovina chi viene al Fronte: quando gli immigrati votano Le Pen

Indovina chi viene al Fronte: quando gli immigrati votano Le Pen

I lunedì mattina sono tristi e uggiosi ovunque, dalla Lucania a Parigi. La videocamera di Skype mostra uno scorcio della capitale francese nuvolosa, grigia. Poi Aymen arriva, si siede e saluta. Dal portafoglio caccia fuori il badge di Eurodisney, dove lavora come addetto alla comunicazione e promozione pubblicitaria. Il documento d’identità è accompagnato dalla frase «vedi, francese 100%». L’espressione è tra l’ironico e il fiero. Infine ecco che mostra la tessera del Front Nazional. Sì, Marine Le Pen.

Aymen C., 33 anni, genitori tunisini arrivati in Francia nel 1979, vota Front Nazional. «Sono tesserato al FN dal 2008, da quando Marine Le Pen è riuscita a rompere la barriera ideologica, razziale e tradizionalista che il padre aveva edificato. Oggi la questione non è più bianchi e neri, sinistra e destra, oggi il problema è più economico, identitario e di sicurezza. In molti non riescono a comprendere “un immigrato, figlio di immigrati che vota FN?!”. È una affermazione che trovo stupida, di chi è incapace di contestualizzare. Non è la stessa Europa di allora, di quando i miei genitori sono arrivati, non è la stessa Francia e non è la stessa immigrazione. Oggi non ci sono le opportunità di allora, negli anni ’70 e ’80 l’Europa era sinonimo di benessere. Oggi non c’è ricchezza e lavoro per tutti, i miei cugini sono qua da trent’anni e sono disoccupati. La crisi tra i nuovi immigrati crea tensioni sociali, criminalità, frustrazione e manovalanza per il terrorismo. Un giovane che arriva qui, credendo di trovare ricchezza, poi rimane deluso, perde stima per gli altri e per se stesso. Può arrivare a delinquere o peggio. Se capita nella moschea sbagliata, dove Imam pagati dal Qatar predicano odio e guerra, si può far saltare in aria o accoltellare qualcuno. È già successo e può succedere ancora. Sono musulmano sunnita, ma ho smesso di andare in moschea. Sono diventate quasi tutte succursali del Qatar, dove si predica odio, dove si punta a quartieri confessionali, totalmente musulmani. Non diventa più integrazione, ma una kasbah . E il governo fa finta di niente per non rovinare gli accordi commerciali con le nazioni finanziatrici delle moschee e dei centri culturali. Una società in crisi, con diseguaglianze già alla base, non può sopportare un’immigrazione di queste proporzioni. Marine Le Pen non è contro l’immigrazione, è contro l’immigrazione clandestina. È diverso. La Francia è sotto stress e crisi come l’Italia, se non peggio. Guarda il nord, guarda Calais. La gente non solo deve sopperire e sopportare disoccupazione e crisi, ma anche il degrado e le bidonville tollerate dal governo. Ripeto, non è una questione razziale, ma di ribellione contro chi sta cercando di affondare la Francia, l’Italia, tutta l’Europa. E ti assicuro che non sono l’unico arabo che la pensa così e vota Le Pen. Siamo in tanti. La questione razziale è un arma usata dalla sinistra e dai media, ma che non fa più presa.»

Indovina chi viene al Fronte: quando gli immigrati votano Le Pen

E Aymen non dice il falso. Basta dare un’occhiata ai dati delle ultime elezioni regionali del 2015, dove il 22% dei francesi di origine araba ha scelto il FN. E gli ultimi sondaggi dettagliati in vista delle consultazioni politiche di aprile fatti dal quotidiano le Croix parlano del 26%. Un fenomeno senza precedenti. Sorprendente, se si pensa che nel 2002, quando Le Pen padre si giocò l’Eliseo contro Chirac, il voto dei francesi di origine araba e africana si fermò appena all’8% a fronte di un movimento ultraortodosso e più vicino a Vichy come il Front dell’epoca. Un consenso, oggi, omogeneo in tutto il Paese, che rafforza l’idea di un movimento politico che ha cambiato il volto senza perdere l’anima. Viene votato nelle banlieu dove «gli arabi regolari e lavoratori sono stanchi di non trovare la propria auto dove l’avevano parcheggiata il giorno prima o di ritrovarla, ma in fiamme. Non è una questione razziale, ma di ordine e sicurezza, cercano solo tranquillità», dice Aymen, fino al nord «dove gli immigrati in regola che lavorano nell’agricoltura o nel caseario si vedono scavalcare dai clandestini in cerca di soldi da dare ai passeur per attraversare la Manica. Lavorano fino a 10 ore al giorno per 15 euro.»

Queste parole confermano che la leggenda metropolitana di un Front National razzista, xenofobo, incapace di andare oltre un elettorato standard, bianco e intollerante è, appunto, una leggenda. Tutto ciò significa che Marine Le Pen mira a sconvolgere i consensi elettorali, a scavalcare i vecchi dogmi e la terminologia antiquata destra/sinistra. Marine Le Pen ha già fatto tutto questo. Ha scrutato la crisi di consenso di una sinistra chiusa a riccio in un castello diroccato, agonizzante dopo anni in cui ha abbracciato totalmente la globalizzazione degli esseri umani e delle merci, abbandonando le lotte storiche dei lavoratori e le periferie. Una sinistra che oggi si è ridotta, in Francia come in tutta Europa, a rappresentare una nicchia da caffè letterario e i nipoti del ’68. A difesa di un’immigrazione selvaggia che, come abbiamo visto, spesso non è compresa dagli immigrati regolari stessi. Marine Le Pen è stata capace di riempire questo vuoto e di costruire un fossato profondo e invalicabile intorno al “castello cadente” della sinistra. È successo a nord, con l’elettorato storico della sinistra francese e del vecchio Partito Comunista. Come a Hénin-Beaumont, oggi feudo della Le Pen e una volta roccaforte comunista.

Indovina chi viene al Fronte: quando gli immigrati votano Le Pen

Paesi dimenticati per anni dalla gauche di governo e in preda alla crisi economica (a Henin, dal 2014, ha chiuso il 22% delle attività commerciali e 2 delle 4 fabbriche del siderurgico). La Le Pen ha rispolverato il vocabolario caro alla gente del nord: riscatto sociale, lotta di classe, guerra alla globalizzazione. Ed ecco che il motto più in voga, da Henin a Calais, diventa “cuore rosso, ma neri di rabbia”. A urlarlo, al comizio inaugurale della campagna elettorale del 2017 del FN, un ragazzo a ridosso del palco da dove i vertici del partito salutavano la folla. Un ragazzo che sventolava un tricolore e indossava una maglietta bianca con l’effige del Che.

Ecco, Marine Le Pen forse non potrà vincere la gara per l’Eliseo, ma la sua rivoluzione l’ha già fatta, la sua battaglia già vinta. È riuscita a scavalcare uno steccato ideologico centenario, risvegliando la politica interna e internazionale che ha iniziato a vedere i danni di una globalizzazione senza criterio alcuno, che ha impoverito il proletariato e proletarizzato il ceto medio. Marine Le Pen ha il merito di una rivoluzione perpetua e contagiosa nel cuore di un’Europa morente e sopita. Trova consensi dove nessuno si aspettava mai, osa dove suo padre non è stato capace. Ha rottamato il dogma destra/sinistra, sostituendolo con sovranità, identità e lotta di classe. Parole che sono arrivate lontane, conquistando un elettorato caro alle sinistre. Che ha superato il pregiudizio iniziale e ha trovato rappresentatività. Fermarsi al termine “populista” per spiegare il fenomeno non solo è riduttivo e forse rassicurante, ma equivale a mettere dei paraocchi all’intelligenza stessa. Paraocchi che ad aprile potrebbero riservare delle sorprese.

(di Luigi Ciancio)

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