USA: il contrattacco dell'establishment che già pensa all'impeachment

USA: il contrattacco dell’establishment che già pensa all’impeachment

Dopo il tentativo mediatico di disarcionare Trump prima e dopo le elezioni americane, addirittura creando ad arte manifestazioni finanziate con dissenso; dopo la contestazione del metodo elettorale, fino ad arrivare a cercare di spostare i grandi elettori pur di evitare l’elezione di Donald J. Trump a Presidente degli Stati Uniti, adesso la palla viene spostata sul piano giudiziario. Argomento e metodi per altro ben noti in Italia.

Ma partiamo dall’inizio. Che cosa significa accusare sul piano giudiziario il Presidente degli Stati Uniti d’America?
Non significa semplicemente imputargli qualcosa e nemmeno farlo condannare dai giudici comuni. No, significa riuscire a far scattare “l’impeachment”.

Ma cos’è e in cosa consiste? L’ impeachment è un antico istituto del common law, il diritto anglosassone, sviluppatosi in Inghilterra durante il Medioevo e consiste nella “messa in stato d’accusa” di un membro del Governo o del Presidente stesso. È il massimo istituto di tutela tra poteri. Da un lato infatti garantisce che anche l’uomo più potente di uno Stato possa essere dimissionato, dall’altro che tutto ciò possa essere fatto in maniera difficile e controllata, per garantire a chi governa una relativa tranquillità.

Tale istituto è ritenuto talmente importante da far parte della Costituzione americana dall’anno della sua fondazione, nel lontano 1787. E il procedimento per il suo esercizio negli Stati Uniti è strutturato in questa maniera: la Camera dei Deputati discute della gravità delle accuse mosse al Presidente o un Ministro e, se fondate, vota a maggioranza semplice la procedura di giudizio. A questo punto la palla passa al Senato che si trasforma in una specie di giuria: se i 2/3 ritengono che il Presidente o un Ministro sia “colpevole”, allora il rappresentante verrà rimosso dalla propria carica e subirà anche un processo ordinario. Se l’accusa è diretta al Presidente degli Stati Uniti allora a presiedere l’assemblea del Senato sarà il Presidente della Corte Suprema.

Ma quali sono i motivi che fanno scattare il meccanismo d’impeachment? Tra questi troviamo il tradimento, la corruzione e “fatti gravi e minori”. Quali siano questi “fatti gravi e minori” è tutt’ora oggetto di discussione, essendo un’accezione interpretativa. Da qui nasce spesso il dibattito appunto sulle interpretazioni e su questo s’infiamma la questione politica.

Perché sia importante capire oggi l’istituto dell’impeachment è di tutta evidenza: è l’unico e l’ultimo strumento legale per disarcionare il neo Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Proprio su questo strumento infatti si stanno concentrando gli sforzi di vari gruppi di potere, non solo del Partito Democratico, ma anche una parte del Partito Repubblicano (che è stato letteralmente spazzato via da Donald, si veda ad esempio il finto dossier su Trump creato ad arte da John McCain, Candidato alla Presidenza nel 2008) e altre potenti lobby, tra le quali quella dello speculatore internazionale George Soros.

Lo strumento, per altro, è ben conosciuto dalla famiglia Clinton, in quanto proprio l’ex Presidente Bill Clinton rischiò di trovarsi destituito a seguito dell’impeachment. Il Senato lo ha infatti salvato (sostenendo la tesi che fosse un fatto privato) dopo che la Camera aveva avviato l’iter con l’accusa di spergiuro e ostacolo alla giustizia, oltre che pressioni indebite sui collaboratori a riguardo dello scandalo sessuale che è seguito alla denuncia della relazione con il Presidente da parte della stagista Monica Lewinsky.

Ma veniamo agli eventi concreti. L’attuale gruppo dirigente USA sta infatti tentando di ostacolare Trump rendendo da un lato inefficaci e problematiche le scelte di politica estera (si veda l’escalation di Obama nei confronti della Russia come la cacciata di decine di diplomatici russi dal suolo americano e la mobilitazione delle truppe statunitensi nei pressi dei confini europei dei Paesi della Nato) dall’altro, sempre sfruttando la questione russa e i presunti hackeraggi, mettendo in dubbio la legittimità democratica della sua elezione, oltre a spingere tantissimo (con la collaborazione dell’establishment repubblicano) su una presunta ricattabilità (a seguito della quale potrebbe scattare la massima accusa: “Alto Tradimento”) del Presidente da parte dei Russi, attraverso un dossier proveniente da fonte inattendibile se non addirittura evidentemente fasulla.

L’obiettivo finale di tutto questo è ovviamente quello di sabotare, direttamente o indirettamente, l’operato del tycoon impedendo così di fatto un cambio di rotta che potrebbe far cambiare destinazione a decine se non centinaia di miliardi di dollari che vengono spesi ogni anno per “l’esportazione della democrazia” o nel piatto della gestione della finanza speculativa.

La “rivoluzione Donald” è infatti davvero forte: da una politica estera fondata sulla guerra massiccia e preventiva si passa ad una politica dialogante ed antimilitarista, dettata fin da subito dalla rinuncia (almeno parziale) ai tanto criticati aerei da guerra F35 e dall’annuncio di voler stipulare un accordo con Putin per la cancellazione di numerose testate nucleari, oltre al ritiro delle truppe statunitensi da numerosi teatri di guerra. Ecco quindi che, dopo che le amministrazioni repubblicane e democratiche negli anni hanno finanziato, addestrato o armato direttamente e indirettamente Al-Quaida e l’Isis, oggi hanno il coraggio di accusare Trump di conflitto d’interessi con la Russia di Putin per gli accordi commerciali con alcune aziende russe, cercando solo ed esclusivamente di delegittimare la strategia internazionale di Donald.

Una strategia che prevede, tra le altre cose, un riavvicinamento anche alla Gran Bretagna come partner privilegiato, il che comporterebbe una deflagrazione dell’Europa espressione di una Germania che sta riprendendo, come da tradizione, una aspirazione egemonica sia commerciale che militare in uno scenario internazionale di vasta scala, puntando proprio allo schiacciamento sulla singolarità degli altri Stati europei.

Nell’ottica dello scacchiere internazionale poi, i poteri forti stanno muovendo anche la stampa e ne stanno indirizzando gli attacchi: si vedano numerosi articoli che parlano in maniera preventiva di impeachment, in particolare un articolo dell’Indipendent che ne prospetta la possibilità addirittura nei primi 12-18 mesi di mandato.

Trump, per difendersi dalla macchina del fango messa in campo dai poteri forti sta operando, dal canto suo, un completo spoil system (cioè la sostituzione dei ranghi) di numerosi enti americani come la CIA o l’NSA, in maniera tale da poter avere almeno supporto interno. Ma Donald rischia comunque molto, perché ha buona parte del Partito Repubblicano contro, che, sottobanco, non vedrebbe poi tanto male una destituzione del Presidente e ne trarrebbe numerosi vantaggi, sia per un ritorno agli affari che per una mancata purga.

Il neopresidente infatti incarna la fine dei giochetti tra Repubblicani e Democratici, una sorta di patto di non belligeranza (anzi di tacito accordo) che aveva permesso ai due grandi partiti di spartirsi il potere e fare affari senza conflitto, tant’è che fino all’ascesa di Bernie Sanders e Donald Trump nessuno si era accorto della differenza tra i due schieramenti.

In fondo tutto il mondo è paese, e come in Italia il politico imprenditore Silvio Berlusconi è stato prima colpevole, e poi accusato, adesso lo è il miliardario newyorkese, con l’ormai classica metodologia: prima la colpa, poi il reato e le prove.

(di Riccardo Piccinato)

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