Lev Yashin, storia di una leggenda

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“Anche se è un dato di fatto che a Stalingrado non passano, che a Stalingrado non passano…”
(Giovanni Lindo Ferretti, CCCP)

Guerra fredda. La contrapposizione tra i due schieramenti si polarizza non solo sull’aspetto politico e militare, ma anche per quanto riguarda il versante sportivo e culturale. Alla propaganda hollywoodiana degli statunitensi, che giunge al suo culmine pacchiano con Rocky IV, al maccartismo paranoico in ogni settore, l’Unione Sovietica contrappone uomini silenziosi e dallo sguardo fiero come Lev Yashin.

Gli occhi di ghiaccio e la fronte crucciata sembrano quelli di un soldato dell’Armata Rossa, la faccia pulita, i capelli ordinati, la sobrietà e l’educazione sono le tipiche caratteristiche di un giovane russo dell’epoca. Lev Ivanovič Jašin è il suo nome, il “Ragno Nero” è il soprannome che non ha bisogno di interpretazioni. Il suo compito è quello di blindare la porta. Ci riesce con il coraggio e l’eroismo da figlio della Madre Russia.

Se Gagarin è l’uomo che guarda icasticamente tutto il mondo dall’alto verso il basso, Yashin è la figura granitica che si immola sul campo di battaglia. È l’ultimo sovietico a difendere strenuamente la postazione dagli assalti dei giocatori avversari. Ex operaio, è l’icona dell’essenzialità e dell’efficienza industriale sul campo di calcio. È il braccio che muove il pallone, è la forza che muove l’acciaio.

“Non bisogna mai perdere il senso delle proporzioni. Il calcio mi ha reso famoso, è vero. Ma il momento più bello della mia vita è stato quello della nascita della prima figlia, Irina. E il mio compito più importante è consistito nell’allevare Irina e la mia seconda bambina, Ileana, per farne dei veri esseri umani”.

Lev Yashin nasce a Mosca il 12 ottobre del 1929 in una famiglia di operai. Durante la seconda guerra mondiale inizia a lavorare in una fabbrica metalmeccanica, all’età di 14 anni, per rimpiazzare molti operai chiamati al fronte quando l’offensiva nazista avanzava. Le sue straordinarie doti di acchiappa-oggetti di qualunque tipo, lanciati per scherzo dai colleghi in fabbrica, sono il primo segnale di una lunga carriera tra i pali.

Esordisce con la Dinamo Mosca, ma un gol subito in amichevole su rinvio del portiere avversario rovina la sua giovane reputazione di portiere di calcio. La direzione sportiva lo dirotta nella squadra di hockey su ghiaccio per un paio di anni e in quella nuova veste vince anche una coppa sovietica. Nel frattempo Komich, il portiere titolare della Dinamo Mosca Calcio, si infortuna. È l’occasione che cambia per sempre la vita di Lev e lui non se la lascia sfuggire.

“Ho giocato solo con la Dinamo e con la Nazionale. So che da voi le cose vanno diversamente. Da voi è normale cambiare casacca…”

Nella squadra del Ministero dell’Interno Yashin percepirà per quasi tutta la carriera uno stipendio equivalente a quello di un insegnante di educazione fisica. Il suo stile in porta è basato principalmente sull’esplosività fisica, ma sono i riflessi felini il vero punto di forza. La sua divisa da portiere, completamente nera della Nazionale con la scritta CCCP sul petto, incute timore agli avversari.

L’ agilità, unita alla scurezza della sua sagoma, rievoca i movimenti di un Ragno Nero o di una Pantera Nera (l’altro soprannome). Tra i ricordi dei grandi calciatori dell’epoca, quello di Sandro Mazzola è il più significativo. Il giocatore italiano si fece bloccare un penalty da Yashin il 10 novembre del 1963 e quell’evento lo segnerà per sempre: “Yashin era un gigante nero: lo guardai cercando di capire dove si sarebbe tuffato e solo tempo dopo mi resi conto che doveva avermi ipnotizzato. Quando presi la rincorsa vidi che si buttava a destra: potevo tirare dall’altra parte, non ci riuscii. Quel giorno il mio tiro andò dove voleva Yashin”.

Con la Dinamo Mosca conquista cinque titoli di campione nazionale (1954, 1955, 1957, 1959,1963) e tre Coppe dell’URSS (1953, 1966-1967,1970).

“II successo è frutto di fatica e di costanza. Per migliaia e migliaia di volte, in allenamento, ho eseguito gli stessi movimenti, proprio perché volevo che ogni parata mi venisse naturale. Per me, la dote principale di un portiere è di intuire le mosse dell’attaccante, distruggerlo psicologicamente.”

Con la maglia dell’Unione Sovietica fornisce un contributo fondamentale per le vittorie in competizioni internazionali, in un collettivo che può contare sulla classe di Danilov, Scesternev, Khurtsilava e Afonin. Nel 1954 conquista il titolo olimpico subendo solo due gol in tutto il torneo, nel 1960 sigilla nuovamente la sua porta subendo ancora una volta solo due gol in tutto il Campionato Europeo vinto dall’URSS. Nel 1964 elimina l’Italia di Mazzola nella nuova edizione dell’Europeo, ma l’Unione Sovietica perde in finale contro la Spagna, nel 1966 è il titolare nel Mondiale e raggiunge il piazzamento mai eguagliato nella storia della Nazionale sovietica (quarto posto).

“Il calcio mi ha dato maggiore comprensione dell’umanità. Da giovane, come tutti, anch’io ero impaziente. Il calcio mi ha insegnato che nella vita bisogna essere altruisti.”

Lev Yashin è l’unico portiere della storia del calcio ad aver vinto il Pallone d’Oro, nel 1963. La sua eccezionale grandezza nel ruolo si misura anche con una serie interminabile di piazzamenti in questo particolare premio individuale (e Wikipedia ci viene in aiuto): in precedenza, aveva sfiorato per altre tre volte il titolo arrivando tra i migliori cinque e si era posizionato per nove volte primo dei portieri.

I riconoscimenti fioccano e non solo a livello sportivo: nel 1967 riceve l’Ordine di Lenin, la massima onorificenza nazionale sovietica. Diciannove anni dopo riceve l’Ordine Olimpico, nel 1988 la Fifa gli assegna l’Ordine al Merito, nel 1989, poco prima di morire, viene premiato con la medaglia di Eroe del Lavoro Socialista, il corrispettivo civile di Eroe dell’Unione Sovietica in campo militare.

Nel 1994 la Fifa istituisce il premio Yashin, dedicato al miglior portiere del Campionato Mondiale. E’ considerato all’unisono come il miglior portiere di tutti i tempi davanti a Gordon Banks al nostro Dino Zoff, e ovviamente il miglior giocatore sovietico e russo della storia del calcio.

“Se conosco l’esistenza del pallone ‘Yashin’ in Italia? Sì, ma l’ho scoperto per caso. Ero in Italia, dei ragazzini giocavano per strada. Io passavo di lì per caso e mi ritrovai un pallone tra le braccia. E c’era scritto Yashin. Rimasi sorpreso. Avrebbero dovuto avvertirmi perlomeno. Volevo protestare, ma poi lasciai perdere.”

In una rara e bellissima intervista del 1982, rilasciata a Paolo Andreocci, Yashin mostra il suo volto umano e racconta la vita trascorsa umilmente prima in fabbrica, da ragazzino, e poi sul campo. Il consiglio per i giovani aspiranti calciatori è un messaggio di una semplicità autentica, fuori da un tempo in cui l’arrivismo impera in ogni angolo del pianeta: “Giocate a pallone, ma non per diventare professionisti, non per diventare ricchi, ma per fare dello sport”.

Nel 2014, durante la presentazione di un libro a lui dedicato, alcuni giocatori ed ex della Dinamo hanno ricordato Yashin anche per le sue impareggiabili doti umane: “Non ricordo nessun altro portiere nella storia del calcio che abbia avuto una comprensione e un’interpretazione così chiara del gioco. Nel momento in cui gli avversari partivano all’attacco, Lev Yashin diceva istantaneamente ai giocatori dove dovessero disporsi in campo. I tifosi hanno sempre chiamato Yashin con il suo nome: per i fan era uno di loro, un fratello o un amico. Lo accompagnavano a casa e lo aiutavano a trasportare le pesanti borse sportive” ricorda Vladimir Pilguy, che ha sostituito Yashin in porta con la Dinamo dopo il ritiro di quest’ultimo.

“Prima di una partita mi fumo una sigaretta per rilassare i nervi e butto giù un po’ di super-alcolici per ben tonificare i muscoli…”

Russia Beyond the Headlines racconta un altro aneddoto che riguarda Oleg Ivanov, un ex portiere che una volta sostituì Yashin in una partita contro lo Ska Odessa a 20 minuti dal fischio della fine. Ivanov commise un grave errore tra i pali ma Yashin, con la sigaretta in bocca (il vizio del fumo era risaputo e tollerato da compagni e allenatori, fumava perfino nell’intervallo delle partite), lo tranquillizzò con calma olimpica: “Domani facciamo insieme una seduta di allenamento”. Il giorno dopo, malgrado avesse un giorno libero, Yashin si recò al campo di allenamento della Dinamo per istruire il giovane portiere.

“Qual è il portiere che non si dispera per un gol subito? Dev’essere tormentato. E se rimane calmo è la fine. Non ha importanza cosa ha fatto in passato, uno così non ha futuro”

La salute di Yashin comincia seriamente a scricchiolare nel 1985, quando a seguito di una grave forma di tromboflebite subisce l’amputazione di una gamba. Qualche anno più tardi gli viene diagnosticato un tumore allo stomaco che si rivela fatale. Yashin muore a a 60 anni il 20 marzo del 1990, un anno e mezzo prima della caduta dell’Unione Sovietica. “Solo Yashin, solo Dinamo” è il coro che ancora oggi scandiscono i tifosi della Dinamo Mosca, durante le partite della squadra. E non c’è scissione o caduta che tenga: il legame, potente e indissolubile, tra Yashin, i russi e l’Unione Sovietica, sopravviverà per sempre.

(di Antonio D’Avanzo)

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