Turchia: un perfetto esempio di "Stato canaglia"

Turchia: un perfetto esempio di “Stato canaglia”

 

Se fosse necessario stilare una seria lista degli “stati- canaglia“, certamente fra di essi bisognerebbe annoverare la Turchia, che da qualche anno, sotto la guida del “sultano” Erdogan, sta destabilizzando la regione mediorientale e non solo. Basta osservare le sue mosse politiche durante la crisi siriana: la Turchia ha sostenuto fin da subito i gruppi ribelli, vedendo nella “primavera araba” e in una possibile deposizione di Assad una ghiotta occasione per ampliare la propria sfera d’influenza: non è un caso che il Consiglio Nazionale Siriano, l’organo che riunisce alcune fazioni ribelli, abbia sede proprio a Istanbul, mostrando di essere di fatto un fantoccio in mani turche.

Del resto il lungo confine turco- siriano è stato in questi anni un autentico colabrodo, attraverso il quale sono potuti passare rifornimenti in termini di uomini e mezzi per i combattenti dell’opposizione, compresi ovviamente i gruppi jihadisti e lo stesso Isis. L’espansione del cosiddetto califfato, peraltro, non è stata minimamente contrastata anche perché essa è utile alla Turchia in funzione anti- curda; lo spettro che Ankara vuole allontanare è quello della formazione di un Kurdistan indipendente e la presenza dell’Isis, il cui territorio s’incunea appunto fra due zone controllate dai curdi, è assolutamente benefica in tale senso. Ciò spiega anche il motivo per cui la Turchia non veda di buon occhio l’intervento della Russia a sostegno di Assad e svolga pertanto il ruolo di contraerea dello Stato Islamico: lo dimostra l’abbattimento di un caccia russo lo scorso novembre, che Putin ha giustamente bollato come “una pugnalata alla schiena sferrata da complici dei terroristi”.

Va inoltre ricordato che la Turchia usa come fattore destabilizzante la questione dei profughi: lo stesso confine che i miliziani islamisti possono oltrepassare indisturbati, viene chiuso a giorni alterni, onde ricattare l’Europa con motivazioni umanitarie; in questi giorni il governo turco ha preteso dall’UE sei miliardi di euro (il doppio rispetto a quelli stanziati inizialmente) per gestire l’afflusso dei migranti.

In realtà la Turchia non ha mai affrontato veramente l’emergenza, visto che non ha impedito le partenze dalle proprie coste gestite da organizzazioni criminali, permettendo anche, come documentato dai media, che si faccia compravendita di passaporti falsi, con gravi rischi per la sicurezza europea.

Non vanno inoltre dimenticati i rapporti che intercorrono fra l’AKP, il partito di Erdogan, e il movimento islamista dei Fratelli Musulmani, attivo in tutto il mondo arabo: ciò si è reso evidente in Egitto, con l’appoggio convinto al presidente Mohamed Morsi, poi deposto dai militari, e in Libia, con il sostegno al “governo di Tripoli”.

Dovrebbe bastare l’analisi questi fatti per comprendere il ruolo destabilizzante della Turchia nello scacchiere euro-asiatico (considerato in particolare l’appoggio a varie schegge dell’islam radicale) e per fare sì che l’Occidente rigetti, una volta per tutte, l’ “empia alleanza” con questo paese; ma è ben difficile che questo accada, visti i molteplici interessi di ordine economico- politico che tengono unita la Turchia agli Stati Uniti.

Quando poi si parla di impedire l’ingresso della Turchia nell’UE è meglio citare argomenti di questo tipo, piuttosto che perdersi nelle solite ciarle salottiere sui “diritti civili” e la “democrazia”.

(di Daniele Velix)

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