Belgistan, da paradiso progressista a covo di jihadisti

Belgistan, da paradiso progressista a covo di jihadisti

 

Qualcuno se lo ricorda? Qualche anno fa, poco dopo le elezioni politiche del 2013 su internet si diffuse la notizia di questo fantastico stato europeo dove non cera un governo eppure le cose funzionavano: la gente era felice, l’economia andava e regnava la pace. Soloni della politica fai da te elogiavano questo stato in grado di mostrare la via dell’autogoverno al mondo occidentale libero.

Quel paese era il Belgio, il cuore dell’Europa che nel frattempo più che in un paese fantastico si è trasformato in una polveriera pronta ad esplodere. Un paese fallito, come ha sostenuto Lucia Annunziata durante lo speciale di Uno Mattina sugli attentati terroristici di Bruxelles. Ma ricapitoliamo, che è successo in sul finire del decennio? Le elezioni parlamentarie del 2010 diedero un responso inatteso alla popolazione belga: nessun partito riuscì ad ottenere la maggioranza per creare un governo. Il partito nazionalista fiammingo N-Va (Alleanza Neo-Fiamminga, Nieuw-Vlaamse Alliantie) dell’oggi primo ministro Bart De Wever si impose a livello nazionale sui tradizionali partiti politici, quello socialista di Elio di Rupo e quello cristiano-democratico di Maryanne Tyessen. Un 17% alla camera e un 19% al senato che però non bastarono al partito per creare una maggioranza stabile.

Il paese entrò nel caos, il Re dovette intervenire più volte per poter arrivare ad un compromesso che permise al Belgio di uscire dal periodo di stallo. Ci vollero più di cinquecento giorni affinché si insediasse un governo politico a giuda socialdemocratica francofona che aveva in di Rupo il primo ministro. Che successe nel frattempo? Non era completamente vero che il paese rimase senza esecutivo visto che l’ex primo ministro dimissionario, Yves Leterme, rimase in carica fino al giuramento di di Rupo nel dicembre del 2011. Si trattava sostanzialmente di un governo tecnico, Leterme non aveva realmente potere di prendere decisioni e si limitò a far passare il minimo indispensabile di leggi per permettere allo stato di funzionare.

Da notare che proprio durante il governo Leterme toccò al Belgio uno dei semestri di presidenza del consiglio europeo e fu proprio durante il semestre belga che venne autorizzato l’invio in Libia di F-16 per la destituzione di Gheddafi e l’approvazione di misure d’intervento nel paese a sostegno della rivolta antigovernativa. Alla fine, un parlamento diviso e litigioso che aveva problemi interni era il candidato perfetto per far passare queste misure. Il governo di Rupo però non fu certo molto più efficace di quello Leterme che si trovò ad affrontare una grossa ostilità da parte dell’opposizione fiamminga (di Rupo fu il primo francofono e socialista a ricoprire la carica dopo quasi trentanni) e la maggioranza stessa era molto fragile.

Alle politiche del 2014 N-Va vinse con quasi un 33% dei voti (le camere vennero unificate) e poté costituire un governo più stabile ma a quanto pare incapace di vedere cosa stava succedendo nel suo paese. Uno stato debole e litigioso come il Belgio (già tra il 2007 e il 2008 ci fu un periodo di stallo che durò quasi 6 mesi) divenne il luogo ideale per le nuove cellule terroristiche che poterono far proselitismi senza particolari restrizioni tra i giovani islamici belga tanto da far diventare il paese primo nel rapporti tra popolazione e foreign fighters inviati in Siria tra i paesi europei.

Oggi il Belgio piange le sue vittime per quello che è stato un attacco terroristico in piena regola ma è lecito domandarsi come sia stato possibile per Bruxelles, capitale dell’Unione Europea, diventare anche base per jihadisti liberi di pianificare azioni terroristiche contro il continente tutto. L’Italia pare aver trovato una relativa stabilità interna in grado di fronteggiare il problema; è lecito invece preoccuparsi per la Spagna, che dopo le ultime elezioni non ha ancora ufficializzato un governo e potrebbe tornare al voto in giugno. Non possiamo permetterci un secondo Belgio in una zone delicata come la penisola Iberica dove al momento non esistono controlli alle frontiere per il passaggio dei migranti se non in pochi casi.

Il paese modello, all’avanguardia e di cui si auspicava la replicazione in Italia oggi si scopre un mostro, la cellula impazzita da cui il cancro si sta sviluppando e sarà molto difficile da debellare se l’Europa tutta non deciderà di rinforzare i suoi sistemi di sicurezza interni senza dimenticare comunque una gestione del bordo esterno dell’unione e dei confini nazionali.

(di Enrico Montanari)

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