Le "soldatesse di Kobane" tra retorica e propaganda

Le “soldatesse di Kobane” tra retorica e propaganda

È un coro carico di enfasi retorica quello che celebra la battaglia delle soldatesse curde del PKK – il Partito dei lavoratori del Kurdistan – contro gli jihadisti del Daesh. 

Osannate dalle sedicente sinistra nostrana, dai centri sociali e dagli anarchici, le combattenti di Kobane sono considerate un vero e proprio simbolo di libertà: loro malgrado sono diventate, infatti, una sorta di totem e di vessillo ideologico, tanto da ispirare persino una linea d’abbigliamento molto in voga tra i giovani occidentali (H&M). Tanto da essere persino definite romanticamente «partigiane».

 Sia chiaro, il sostegno a queste guerrigliere è più che legittimo. Come è altrettanto giusto smascherare le nefandezze della Turchia di Erdogan. Peccato che nell’informazione e tra i leader politici si dimentichi di citare coloro i quali – numeri alla mano – combattono l’Isis sul campo, ossia Hezbollah, esercito regolare siriano, unità di protezione curdo-siriane, coadiuvati dai bombardamenti russi. 

Non dire questo è fare cattiva informazione. Affermare che le «soldatesse di Kobane sono l’unico argine all’Isis» come dichiarano i vari Paolo Ferrero e residuati delle sinistre socialdemocratico/diritto umaniste è pura propaganda strumentale, nonché una vera bestialità.

(Di Paul Atreides, su Shackleton)

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